Lettere al direttore

Io, presa di mira per come mi vesto. Spavento e rabbia

È lunedì mattina. Ho una visita medica alle 8.30 e sono un po’ in ritardo. Parcheggio l’auto in viale Italia, accelero il passo. Sono un po’ preoccupata, perché non so cosa mi dirà il medico. Poi devo anche correre al lavoro. Mi sono messa un tubino estivo. Fa caldo. Ho pensato potesse andare bene: è un tessuto a fiori, non troppo stretto, lungo fino al ginocchio. Mi sento anche carina. Ha un po’ di stile, perché è di una rinomata sartoria italiana. Giro l’angolo e passo davanti a Fibra 1. Più avanti noto una signora sulla sessantina, di certe origini medio-orientali, avvolta in un lungo telo grigio cemento che le copre testa, braccia, gambe e piedi. È sicuramente musulmana. Di certo avrà un po’ di caldo, penso. Sta camminando con le stampelle, poi d’un tratto si ferma. Mi fissa da lontano. Non ci faccio caso: ho il passo affrettato, sto correndo al poliambulatorio, quel nodulo mi preoccupa. Avvicinandomi, però, noto che si è fermata del tutto. Mi fissa cercando i miei occhi con lo sguardo. Gli angoli della bocca sono rivolti verso il basso, in una piena espressione di disgusto. Capisco che quello sguardo è rivolto a me, ma non comprendo bene il motivo. Penso di essere in disordine, ma non ho tempo di controllare. Sono in ritardo. Quando le passo quasi accanto, a circa due metri di distanza, la signora inizia a inveire contro di me: «Vergogna, vergogna! Guarda come veste! Vergogna, ragazza! Stai a casa vestita così». Resto sotto shock. Mai avrei pensato di sentirmi offendere in questo modo da una donna, anziana e probabilmente nostra ospite. I pensieri iniziano a girarmi nella testa. Mi spavento anche: è decisamente aggressiva e, mentre mi insulta, si protende verso di me, come per dare ancora più forza alle sue frasi. Questo è quanto mi accade nella nostra bella città. Un lunedì mattina in cui i pensieri sono rivolti alla salute, non certo al mio vestito di cotone. Eppure, per qualche istante, tutto si sposta lì: sul mio corpo, sul mio abito, sulla libertà di camminare per strada senza essere giudicata e insultata. La domanda sorge spontanea: è solo un accadimento casuale o riflette una certa piega che sta prendendo la nostra società? È giusto che chi dedica la sua vita a essere una brava cittadina venga denigrata e offesa da chi porta con sé una cultura diversa? Pare surreale il ribaltarsi dei ruoli. Lascio le riflessioni a chi legge. Una sola cosa, però, mi sembra certa: non ci si sente più così sicure a passeggiare in città come donne. Ora gli attacchi arrivano anche dalle proprie consimili.

Cristina

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