Indagine molestie. Cosa manca nei vostri articoli
Ho letto con attenzione l’articolo dedicato all’indagine sulle molestie all’Università degli Studi di Brescia e le scrivo proprio perché ritengo il tema troppo serio per essere raccontato a metà. Nessuno mette in discussione che il fenomeno esista, né che meriti ascolto: i dati, anche al netto di ogni riserva, descrivono qualcosa di reale. È per rispetto delle vittime, non malgrado loro, che mi permetto alcune osservazioni. La prima riguarda il cuore di tutto: non conosciamo il questionario, né quali comportamenti siano stati qualificati come molestia. Finché quella griglia resta riservata, il dato più citato - una persona su tre - non è verificabile da nessuno. Renderla pubblica è il minimo che una ricerca seria possa offrire a chi è chiamato a crederle. Senza, non sappiamo se la categoria tenga insieme fenomeni omogenei o se sommi situazioni troppo diverse, gonfiandosi da sola. La seconda riguarda i numeri così come li avete presentati. L’articolo riferisce che «l’85% dei casi» avverrebbe da parte di un uomo di grado superiore. Ma le fonti che hanno dato conto della stessa indagine parlano di «oltre l’80%» per gli autori in generale e di un «79%» relativo ai colleghi del personale accademico: due dati distinti, con basi diverse, che da voi si fondono in un’unica cifra a effetto; e manca l’unica cosa che renderebbe quei numeri leggibili: il campione. Eppure la base esisteva ed era pubblica, 2.456 risposte tra gli studenti, 556 tra il personale. Una cifra agganciata al suo campione informa; la stessa cifra sospesa nel vuoto suggestiona soltanto. C’è poi uno scarto che meritava ben più spazio. A fronte di un fenomeno che toccherebbe un terzo dei rispondenti, soltanto lo 0,3% delle vittime si è rivolto agli organi competenti, e la Consigliera di Fiducia riceve in media cinque o sei segnalazioni l’anno. È una distanza enorme, che si può leggere in più modi: la paura di ritorsioni, certo, ma anche la differenza tra ciò che si confida in un questionario anonimo e ciò che si considera realmente denunciabile. Un buon resoconto dovrebbe tenere aperte entrambe le letture, non sceglierne una in silenzio. Colpisce, inoltre, che un’indagine la quale registra vittime anche tra gli uomini - il 16% degli studenti, quasi il 6% del personale maschile, cinque ragazzi tra i tredici casi di violenza sessuale - venga raccontata come se il genere maschile comparisse soltanto dal lato di chi gli abusi li commette. La sofferenza, quando è reale, non ha una sola direzione, e una cronaca completa non dovrebbe selezionarne una. Mi chiedo, per la stessa ragione, perché il questionario non abbia rilevato l’orientamento sessuale dei rispondenti, variabile che la letteratura internazionale considera spesso significativa: un dato in meno è anche una chiave di lettura in meno offerta al lettore. Da tutto questo mi resta una domanda di fondo. Un’indagine che porta la firma del mondo accademico dovrebbe garantire lo standard di trasparenza più alto, non il più indulgente: definizioni esplicite, campioni dichiarati, categorie verificabili. Quando invece il rigore viene meno, la ricerca smette di descrivere la realtà e comincia a orientarla e a quel punto non è più ricerca, è posizione. È un confine che l’università, per la sua stessa autorevolezza, non può permettersi di varcare. La domanda, allora, non è se il fenomeno esista, esiste, ma perché sia stato raccontato in un modo costruito più per impressionare che per far capire.
Francesco Rapazioli
Caro Francesco, ci spiace aver dato l’impressione di «raccontare in modo costruito più per impressionare che per far capire». La nostra intenzione era opposta: tacer nulla di ostico o spinoso, per rendere evidente che esiste un problema e che tutti insieme si ha il dovere di risolverlo. Che poi è lo stesso motivo per cui pubblichiamo con evidenza la sua lettera, anche se ciò che lei imputa a una scelta tendenziosa per noi riguarda il limite del nostro stesso mestiere, chiamato a far sintesi, a decidere (cioè tagliare, rinunciare a qualcosa). Nel farlo possiamo sbagliare, ma sempre in buona fede, mai con una tesi precostituita. A noi interessa innanzi tutto comprendere, non far scivolar checchessia. Ecco perché non ci siamo limitati al resoconto parziale, mettendo in pagina nei giorni successivi approfondimenti, interviste, commenti, lettere dure quanto atti d’accusa, nascondendo nulla. L’argomento trattato è infatti troppo vasto e sensibile per permetterci di farlo sgusciar via, per cui ogni voce sensata merita palco, compreso quando suona stridente o scomoda.
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