Impariamo dal Marocco le regole per la cittadinanza
Di tanto in tanto si scopre che qualche sindaco rifiuta la cittadinanza agli stranieri. Di recente ho letto che un imam marocchino ha criticato il sindaco di Cadoneghe, Marco Schiesaro, per aver negato la cittadinanza a una donna durante la cerimonia di giuramento. La causa specificata: l’incapacità di comunicare in italiano. Difendo il sindaco; ha fatto solo il suo dovere. La normativa italiana stabilisce che, per ottenere la cittadinanza, è necessario possedere una conoscenza della lingua italiana pari al livello B1. Non è cattiveria, è il minimo per vivere, lavorare e integrarsi in Italia. Tuttavia, mi chiedo: questo imam ha mai letto la procedura per diventare cittadino marocchino? Sicuramente no! Perché in Marocco, per diventare cittadino, non ti chiedono solo la lingua; l’articolo 11 del Codice della nazionalità marocchina prevede che tu debba: essere maggiorenne; essere sano di mente e di corpo; essere incensurato, privo di condanne per crimini, terrorismo o reati gravi; avere buona condotta e buona morale; conoscere bene la lingua araba; avere mezzi di sussistenza sufficienti; avere la fedina penale pulita; continuare a risiedere lì fino alla fine di tutta la pratica. In Italia chiediamo solo un B1 di italiano e il rispetto delle leggi. Prima di insegnarci come accogliere i migranti, bisognerebbe guardare alle leggi del proprio Paese, che sono molto più severe delle nostre. La cittadinanza non è un regalo automatico. È l’ultimo passo di un percorso di integrazione. E la lingua italiana ne è la base. Quando un sindaco oppone questo rifiuto, la sinistra si impegna con «amore e affetto», a casaccio, per proteggere l’immigrato. Sono tanti i cittadini marocchini che vorrebbero diventare italiani; tuttavia, è necessaria prudenza nel concedere la cittadinanza. Sono a conoscenza del comunicato del ministro degli Esteri marocchino; tempo fa ha dichiarato che la maggior parte di loro sia composta da criminali in fuga e che, per il Marocco, la loro partenza sia un vantaggio. A quel punto, l’onere della gestione ricade interamente su chi li accoglie. Come dargli torto?
Gianmarco Dosselli
Flero
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