Il lascito indelebile di Guccini nella memoria collettiva
La notizia della scomparsa di Francesco Guccini colpisce con la forza di un lutto personale, che so essere condiviso da intere generazioni di italiani. Con la sua morte, all’età di 86 anni nella sua Pavana, non piangiamo soltanto uno dei più grandi cantautori del nostro Paese, ma un intellettuale immenso, un poeta e un testimone lucido del Novecento. Le canzoni di Guccini non sono mai state semplici canzonette. Da «La Locomotiva» a «L’Avvelenata», da «Dio è morto» ad «Autogrill», ogni sua composizione ha rappresentato un quadro sociale, un saggio di letteratura prestato alla musica, un manifesto di ideali, dubbi e malinconie in cui milioni di «eterni studenti» si sono riflessi. Con la sua coerenza e quell’aria burbera da gigante buono, Guccini ha saputo raccontare le osterie, le piazze, la ribellione e la quotidianità della provincia italiana senza mai cedere alle lusinghe del mercato o della ribalta facile. Anche quando aveva deciso di abbandonare i palcoscenici per ritirarsi tra i suoi amati Appennini e dedicarsi alla scrittura, la sua voce è rimasta un punto di riferimento etico e culturale imprescindibile. Oggi, mentre la Camera dei Deputati gli tributa un applauso unanime, a noi che siamo cresciuti con le sue ballate non resta che riascoltare i suoi dischi. Ci accorgiamo, con un groppo in gola, che «il vecchio e il bambino» si sono presi per mano per l’ultima volta. Ma il suo lascito, ne sono certo, rimarrà indelebile nella memoria collettiva d’Italia. Grazie di tutto, Maestro.
Marco Morandi
Vobarno
Riproduzione riservata © Giornale di Brescia


