Il ciclista resta sempre utente debole in strada
Il recente dibattito sui «ciclisti indisciplinati» (con tanto di focus sulle sanzioni) soffre di un grave vizio di prospettiva: confonde l’effetto con la causa e mette sullo stesso piano pericoli del tutto asimmetrici. Ci si scandalizza per chi pedala sul marciapiede o «contromano», ma ci si chiede mai perché accada? Spesso non è inciviltà, ma puro istinto di sopravvivenza. Con strade progettate per la velocità delle auto e le (poche) corsie ciclabili frammentate o invase dalla sosta selvaggia, salire sul marciapiede è talvolta l’unico modo per un ciclista (magari un genitore con un bambino) di non rischiare la vita. È un’infrazione dettata dalla paura, figlia di un’infrastruttura ostile e inadatta. Si continua inoltre ad operare una falsa equivalenza tra chi pedala e chi guida: chi conduce un’auto o un suv da due tonnellate ha in mano una potenziale arma e ha il dovere etico e legale di muoversi con la massima perizia per tutelare i più deboli. Un solo istante di distrazione, magari per guardare lo smartphone, può avere esiti devastanti. Lo dimostra il drammatico caso di Signa (Firenze), dove un’auto, invadendo la corsia opposta per un probabile momento di distrazione al cellulare, ha falciato un gruppo di cicloamatori lasciandone otto a terra, di cui tre in gravi condizioni. Ecco l’enorme asimmetria: una scorrettezza in bici al massimo infastidisce; una distrazione o un’imperizia al volante distruggono vite umane in un attimo. I dati storici confermano che, nelle collisioni, chi è sulla sella è quasi sempre la parte lesa e non quella in torto, con la colpa che ricade su chi guida il mezzo a motore. Ridurre la sicurezza stradale a una caccia all’indisciplina di chi è fragile significa ignorare la realtà. Smettiamo di colpevolizzare le vittime e pretendiamo, invece, infrastrutture protette e la massima responsabilità da chi ha in mano i mezzi più pesanti e veloci. Tuttavia, non si tratta e non si deve trattare di una guerra, di un «noi contro voi». Non esiste una barriera naturale tra chi usa un mezzo o un altro: i ciclisti a volte sono automobilisti, e viceversa, e tutti siamo, a un certo punto della giornata, pedoni. Non è un conflitto di categoria, ma una battaglia di civiltà. Puntare a una città a misura di vita significa cercare il bene collettivo, dove la strada torni a essere uno spazio di condivisione sicuro per ciascuno di noi, indipendentemente da come decide di muoversi.
Roberto
Un lettore e genitore
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