Lettere al direttore

I ricordi Anni ’30 di una Desenzano che non c’è più

Fatti e ricordi degli Anni ’30 a Desenzano che mi raccontavano i miei nonni: mercato, piazza Malvezzi affollata da venditori ambulanti e altri soggetti tra i quali gli indovini che sbarcavano il lunario predicendo il futuro. Si avvicina una giovane donna che si fa leggere la mano: «Avrete quattro figli che chiamerete Benito, Italo e Vittoriano», «Ma come - salta fuori la ragazza - I è tre», «Lasciate stare, buona donna - risponde l’indovino - così va bene. Uno galavarete di nascondone!». Due fratelli amici di mio nonno un po’ bontemponi e forse un po’ tonti erano soliti ripetere spesso «El prim che moer de noalter du... me vo a stà en campagna». E ancora: si parlava dei due grandi veglioni tradizionali che si facevano durante l’anno e si osservava che il primo non riuscisse bene come il secondo. Al che uno dei due fratelli osservò «Perché i comincia mia dal second...». Le messe a quei tempi duravano ore, la gente d’inverno si portava lo scaldaletto e mangiava carrube o altro... Per far finire una predica che non finiva mai, uno uscì dalla chiesa e pregò mio nonno ed altri suoi amici che erano seduti al caffè Commercio di fronte alla chiesa, di intervenire. Allora loro entrarono in chiesa, andarono sotto il pulpito agitando con una mano parallela al terreno un segno inequivocabile che lo invitavano a pranzo. Il prete terminò subito la predica dicendo: «Adesso sono entrati i criticoni ma la prossima volta vi farò un discurs che “Ve farà foema i co...”».

Romano Sala

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