I confini servono anche a tutelare le comunità
Ho letto sulla prima pagina del giornale di domenica 23 agosto, il titolo dedicato alle parole di Leone XIV: «Prima dei confini vengono le persone», accostato al richiamo all’amore del Pontefice «per i piccoli Stati e la diplomazia». Vorrei sottoporre rispettosamente una breve riflessione. I due concetti, così presentati, mi sembrano almeno in parte contraddittori. I confini, infatti, non sono necessariamente un ostacolo posto contro le persone: rappresentano anche uno degli strumenti mediante i quali uno Stato protegge le persone che già vi abitano, garantendone la sicurezza, i diritti, l’ordinamento civile e la possibilità di una convivenza equilibrata. Ciò appare particolarmente vero proprio per i piccoli Stati, ai quali il secondo titolo fa riferimento. Quanto più uno Stato è limitato per territorio, popolazione e risorse, tanto più esso può avere bisogno di confini chiaramente riconosciuti e concretamente tutelati. Diversamente, rischierebbe di non riuscire più a garantire adeguatamente né il bene dei propri cittadini né quello delle persone che vi giungono. Naturalmente, affermare la necessità dei confini non significa negare la dignità di chi migra, né giustificare indifferenza o disumanità. Significa, piuttosto, riconoscere che l’accoglienza, per essere realmente responsabile e duratura, deve essere ordinata, proporzionata e compatibile con le possibilità effettive della comunità che accoglie. Forse, dunque, non si dovrebbe contrapporre la persona al confine. Il problema non è scegliere tra l’una e l’altro, ma fare in modo che i confini siano amministrati con umanità e che la tutela della dignità umana non comporti la rinuncia degli Stati al diritto e al dovere di governare il proprio territorio. La solidarietà è certamente un valore fondamentale; ma anche la protezione delle comunità, soprattutto di quelle più piccole e fragili, costituisce una responsabilità verso le persone.
Giuseppe Capretti
Brescia
Riproduzione riservata © Giornale di Brescia


