Lettere al direttore

I catalani non hanno paura di chi nega loro i diritti

«Sono una studentessa bresciana al sesto anno di Medicina presso l’Università di Barcellona, dove vivo. Ciò mi ha dato l’opportunità di conoscere il popolo catalano, che ha saputo accogliermi con calore e raccontarmi la sua storia e la sua profonda cultura. Popolo fiero, testardo, orgoglioso e geloso delle proprie tradizioni, della propria complessa lingua, sa però essere tollerante, accogliente, aperto. E Barcellona, emblema della multiculturalità, ne è un esempio. È facile affezionarsi a questa città, così dinamica, vivace, in cui basta alzare gli occhi camminando per le sue strade più segrete per scoprirne l’incanto». "No tinc por" (non ho paura), scandivano i catalani il recente 18 agosto, nella gremita Plaza Catalunya, il giorno dopo l’attentato a Barcellona, dopo il minuto di silenzio. Tristezza, non rabbia si respirava, sotto il caldo sole di Spagna. E tanta voglia di rialzarsi. Questa l’impressione che a noi turisti ha dato la gente di Barcellona, la gente della Catalogna. Durante l’attesa del Re, una gentile anziana signora ha voluto condividere con me il suo ventaglio, per poi donarmelo, grata della mia presenza, nonostante non fossi spagnola. Ed ecco Re Felipe VI di Borbone, accolto con applausi carichi di dolore e di speranza. La sua figura elegante e sorridente sembrava quella di un padre accorso a lenire le ferite del suo popolo. Sembrava: durante il suo brevissimo e glaciale discorso del 3 ottobre, davanti al mondo, non ha speso una parola di rammarico per le violenze subite dal popolo catalano! Frequento da diverso tempo Barcellona; ho imparato a conoscerne la luce, la cultura, la schiettezza, l’allegria mai chiassosa. E la dignità. Quella di un popolo inerme picchiato per avere voluto difendere il sacro diritto di espressione e proteggere le scuole dei suoi figli dalla cieca violenza del più forte. Mi stringo a chi di loro è stato ferito nel corpo e nell’anima e mi auguro che questa vergognosa pagina della Storia spagnola scuota le coscienze di tutti, specialmente dei ragazzi d’Europa e del mondo, affinché riflettano sul reale valore della democrazia, sulla forza del dialogo e sul dovere di difendere quei diritti umani, grazie ai quali ogni democrazia potrà continuare a vivere. E mi stringo ad una gentile anziana signora catalana, che mi ha regalato il suo ventaglio». Queste le testimonianze di Chiara e di Paola, che amano Barcellona, ora presidiata dalla Polizia, dopo inaudite violenze. 844 feriti, giovani e anziani picchiati e trascinati per i capelli, 600 seggi chiusi con la forza, vetri di scuole frantumati, spari di proiettili di gomma da parte della Guardia Civil, contro un popolo inerme. Durante l’epoca franchista? No. Il primo ottobre 2017, in Spagna, Paese democratico. Il referendum era stato dichiarato illegale: «Dura lex, sed lex!». Le leggi e le istituzioni vanno rispettate; tuttavia esiste un altro fondamentale principio che merita rispetto: l’autodeterminazione dei popoli, il diritto dei cittadini a contribuire alla definizione delle norme, ma anche al loro cambiamento, se necessario. Prima regola di una democrazia è la partecipazione. Questo hanno chiesto i catalani, ai quali le istituzioni hanno risposto con la violenza. Un popolo, grazie al proprio giudizio critico che Kant definiva un mezzo per dare confini certi alla conoscenza, ha rivendicato diritti negati. Nella violenza, da sempre arma dei deboli, negli scontri impari di questi giorni di Spagna, risiede «la banalità del male».

// Paola Gelardi Maria Vittoria Cappitta
Brescia

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