I cacciatori sono validi custodi dell’ambiente
Mi permetto di rubare un attimo di attenzione ai lettori-cittadini, integrando alcune considerazioni che sono state tralasciate da chi precedentemente ha scritto, a pari titolo, sulla necessità di vietare la caccia sulle colline, in questo caso dei Campiani. La città di Brescia è coronata da colline e dalla Maddalena, che, nel rispetto delle norme, è frequentata anche dai cacciatori, i quali per tre o quattro mesi all’anno esercitano la loro passione. Nei restanti mesi si prendono cura del territorio, con ripristini e manutenzioni ambientali, che permettono tutto l’anno alle persone di frequentare e apprezzare l’ambiente circostante, di passeggiare nei sentieri ben puliti, e di sostare nei «giardini» realizzati negli appostamenti fissi. È grazie anche all’attività venatoria si può apprezzare il valore naturalistico e paesaggistico, ed anche sociale di questi territori. Spesso i gruppi antincendio sono formati anche da cacciatori, i quali conoscono il territorio e sanno come difenderlo, e dove la protezione civile generalmente si appoggia nelle esercitazioni. Non mi risulta ci siano stati mai incidenti derivati dall’attività venatoria, su queste colline, e in generale la pericolosità della caccia è molto inferiore ad altre attività che vengono svolte anche su queste colline. Dall’Unione Europea, fino alle istituzioni locali, oramai è scontato e riconosciuto come l’attività venatoria sia un valore fondamentale per la salvaguardia e il ripristino della biodiversità, quindi non mi dilungherò più di tanto, cito solo un passaggio della lettera inviata al Presidente del Consiglio, da parte di tutte, sottolineo tutte, le Comunità Montane della Lombardia: «Questi luoghi, grazie alla gestione dei cacciatori, diventano capisaldi ambientali dove le molteplici varietà di flora, e di conseguenza anche di fauna, cacciabile e non, trovano lo spazio e le condizioni fondamentali e necessarie allo sviluppo e alla sopravvivenza. Grazie a queste pratiche, consolidate da secoli, i territori hanno saputo esprimere una vera e propria cultura capace di permeare il tessuto sociale delle comunità di montagna».
Massimo Zanardelli
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