Lettere al direttore

Guerre di pace? È un mondo fatto a ossimori

L’altro giorno incontrando una mia amica mi sono sentito dire che è da tempo che non legge più una mia «Lettera al Direttore» e che quindi ne aspetta una tra breve e allora, torno a scriverla. La mia riflessione è che dal mio punto di vista ho la sensazione di assistere ad un «mondo fatto ad ossimori» dove l’attuale modo di essere crea dei meccanismi ossimorici che mentre diciamo una cosa, subito dopo ne facciamo seguire un’altra che la contraddice in una sorta di connubio che attualmente crea in me un po’ di confusione. Oggi assistiamo a chi ci parla di «guerra di pace», che non si tratta solo di elaborare e fondare un giudizio morale ma faccio fatica a comprendere le trasformazioni e le distinzioni concettuali, per esempio, tra i vari tipi di pacifismo democratico, giuridico o economico e la condizione di pace stabilita tra Stati per mezzo di patti giuridicamente vincolanti verificatesi negli ultimi secoli e che continuano tuttora a svilupparsi e così le «guerre di pace» si diffondono dappertutto. Oggi con crescente preoccupazione, incontro sempre più adolescenti «felicemente depressi», che non è più solo un modo di dire di quando pensavamo fosse per una abbondanza di superfluo, ma è un disturbo serio e diffuso che colpisce oltre il 10% dei giovani spesso mascherato da irritabilità, rabbia e isolamento sociale (o dai Social) piuttosto che da tristezza evidente: l’età della spensieratezza ora è quella della preoccupazione, del non avere un orizzonte che appare bello e luminoso perché condito da una sana incoscienza per quello che poteva riservarci il futuro. Allora penso che sarebbe auspicabile invece, poter far nostro quel bellissimo ossimoro delle cosiddette «convergenze parallele» (ideato da Aldo Moro a cavallo degli anni ’60/’70 in ambito politico) che indicava la collaborazione, pur nel mantenimento delle rispettive identità e che oggi potremmo mettere in atto per conciliare meglio i diversi modi di concepire la propria vita. Pensate che bello, se così fosse, se davvero vedessimo il nostro prossimo come colui o colei sul quale fare un reciproco affidamento per percorrere insieme un tratto di strada del nostro percorso esistenziale. Ma ora mi risveglio dal mio «I have a dream» e ritorno al nostro mondo fatto ad ossimori che poco mi piacciono e per niente, mi appartengono. Ad Maiora.

Gippo Comini

Virle Treponti

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