Genitorialità tra diritti e doveri verso i piccoli
La scorsa settimana ho letto con curiosità l’articolo sul memoir «Arkansas. Storia di mia figlia» di Chiara Tagliaferri. Anche io e mia moglie abbiamo vissuto, come l’autrice, l’esperienza della sterilità e affrontato un lungo e doloroso cammino di ricerca, durato dieci anni, per realizzare il sogno di diventare genitori. Siamo una delle fortunate coppie che attraverso un’adozione nazionale hanno accolto uno dei (se ricordo bene) 18 bambini di cui parlavate nell’altro articolo sulle adozioni. Nel massimo rispetto delle scelte personali dell’autrice, mi ha colpito il passaggio in cui si afferma che «la società impone alle donne quando, come e se fare figli». Comprendo che, in un articolo breve, una frase possa essere stata necessariamente estrapolata dal suo contesto. Mi permetto tuttavia, proprio a partire dalla nostra esperienza, di condividere due riflessioni. La prima, forse banale, è che esiste una realtà che precede qualsiasi costruzione sociale: la natura. La possibilità di generare un figlio non dipende esclusivamente dalla nostra volontà, anzi. È biologia, prima ancora che cultura o società. Possiamo certamente discutere del contesto sociale ed economico attuale che non favorisce certo la ricerca dei figli, ma ciò non toglie che il tempo in cui una coppia può generare sia limitato e vincolato al periodo di fertilità biologica della donna. La seconda riguarda invece il significato stesso dell’adozione. La Convenzione dell’Aia del 1993 ha posto al centro il principio dell’interesse superiore del minore. L’adozione non nasce dunque per soddisfare un «diritto ad avere un figlio» degli adulti, ma per tutelare il diritto del bambino a crescere in una famiglia adeguata alle sue esigenze. È un principio che, nel nostro percorso, ci ha portato a domandarci se le possibilità offerte dalla tecnica rispondessero davvero a un desiderio d’amore, di fecondità oppure se fossero un «accanimento» contro una realtà naturale che in quel momento non rispondeva alle nostre aspettative. In generale, fin dove siamo disposti a spingerci pur di ottenere ciò che desideriamo? A quale costo? C’è un limite? Per noi la risposta è stata l’adozione nazionale. Per altri è stata quella internazionale, l’affido, il volontariato o la missione. Concludo con una provocazione, pensando proprio al tema, oggi molto discusso, dei diritti civili e dell’emancipazione femminile. Quando una donna mette a disposizione il proprio corpo per consentire ad altri di realizzare il desiderio di avere un figlio, siamo davvero certi che sia sufficiente definire questa scelta «libera» perché lo sia? La domanda, forse, è più ampia: siamo sicuri che ogni desiderio, quando diventa tecnicamente realizzabile, debba necessariamente trasformarsi in un diritto? E, soprattutto, siamo sicuri che l’affermazione dei diritti di qualcuno non debba mai interrogarsi sui diritti, sulla libertà e sulla dignità di qualcun altro? Forse il vero punto non è stabilire quali desideri la società debba permetterci di realizzare, ma chiederci, ogni volta, chi sostiene il costo della loro realizzazione.
Luca C.
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