Docenti esperti, una risorsa da valorizzare
Ho letto con interesse la lettera di Beatrice Rossi e mi rivolgo a voi, dicendo che condivido molto di ciò che scrive. In particolare, condivido la sua critica all’ageismo e l’idea che la relazione educativa non abbia età. Proprio per questo, però, credo che la metafora di Virgilio non ci porti necessariamente alla conclusione cui lei giunge. Virgilio deve lasciare Dante perché il suo viaggio è arrivato a un punto oltre il quale egli non può più accompagnarlo. Esattamente come un buon maestro fa con ciascun singolo suo allievo. Non però con l’insegnamento in sé: Socrate continuò a esercitare la propria attività filosofica ed educativa fino alla morte e, in tempi molto più vicini a noi, Louis Leithold, celebre autore di testi di matematica, iniziò addirittura a insegnare in una scuola superiore, la Malibu High School, a 72 anni, e continuò a farlo fino alla morte, a 80 anni. Un insegnante di 67 anni, dunque, non è necessariamente arrivato alla fine del proprio «viaggio» professionale; e proprio l’età anagrafica non dovrebbe diventare, per dirla con le sue parole, una discriminante «ageista» per giudicare il valore del suo insegnamento. Se davvero educare significa «tirare fuori» e poi «lasciare andare», ciò riguarda gli studenti: non significa necessariamente che l’educatore debba lasciare la scuola. Un insegnante non forma i propri allievi perché un giorno prendano il suo posto, ma perché diventino liberi e autonomi. La continuità della professione e la sostituzione generazionale sono due questioni diverse. Lei parla poi, giustamente, delle «giovani energie» bloccate nel precariato. Ma qui credo che occorra guardare alla realtà demografica, che sta rapidamente cambiando. Per decenni il pensionamento di un docente ha effettivamente potuto significare un posto libero per un giovane insegnante. Oggi, però, le generazioni che entrano nel mondo del lavoro sono sempre meno numerose, mentre quelle dei baby boomers, molto più consistenti, stanno andando in pensione. Secondo l’Ocse, circa metà del corpo docente italiano è ormai prossima all’età pensionabile e dovrà essere rinnovata nel prossimo decennio. Il problema che ci troveremo ad affrontare non sarà dunque necessariamente «come liberare posti per i giovani», ma sempre più spesso «dove trovare abbastanza giovani per occupare i posti che si liberano». La denatalità italiana rende questa prospettiva tutt’altro che remota. C’è poi una questione che mi sembra mancare nella sua riflessione: quella della storicità della legge. La disciplina del pensionamento obbligatorio nel pubblico impiego affonda le proprie radici nella normativa del 1957. Non si tratta dunque di negare il valore di quella legge, ma di domandarsi se sia ancora adeguata al 2026. Infine, trovo molto interessante la sua proposta di una «comunità educante» capace di valorizzare le competenze dei docenti pensionati. Proprio questa proposta, tuttavia, mi porta a una domanda: perché per valorizzare l’esperienza di un insegnante dobbiamo necessariamente pensionarlo? Se un docente è ancora capace, motivato e utile alla scuola, perché non dovrebbe poter continuare a insegnare nella propria scuola, eventualmente con modalità e carichi di lavoro diversi? Forse, allora, il vero «lasciar andare» non consiste nel dire a una persona che ha raggiunto una certa età «è arrivato il tuo momento», ma nel permettere a ciascuno di scegliere quando è davvero arrivato quel momento. E questo, credo, sarebbe un modo molto concreto di combattere proprio quell’ageismo che lei, giustamente, denuncia.
Adriano Bernasconi
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