Lettere al direttore

Dei gran dolori e Pronto soccorso tanto agognato

Sono le cinque del mattino. Svegliato da improvvisi quanto acuti dolori allo stomaco che non passano con nulla di ciò che ho in casa decido mio malgrado di andare, di corsa, alla guardia medica (oggi chiamata Continuità Assistenziale) rassicurato da questo importante, indispensabile servizio sanitario pubblico che offre cure mediche di base non urgenti quando il medico di famiglia non lavora, soprattutto perché è attivo di notte, nei weekend e nei giorni festivi. Indosso in fretta e furia i primi indumenti che mi capitano a tiro, una rinfrescata al viso per togliere almeno in parte l’aspetto assonnato e percorro in auto, piegato in due dai crampi, i chilometri necessari per raggiungere il presidio. Le luci sono accese, «stranamente» non ci sono pazienti in attesa, suono il campanello una, due, tre volte ma senza ricevere risposta. C’è però un avviso: chiamare il numero tal dei tali. «Digitare uno, due, tre», sento finalmente una voce umana. Sono qua fuori e... «È chiuso». Insisto, «avverto dolori fortiss...», «Nome e cognome prego», comunico le mie generalità, «Stavo dicendo che...», «Luogo e data di nascita prego», «Certo, eccoli, allora dicevo...», «Sta chiamando per lei o qualcun altro?», «Per me, ho urgentemente bisog...», «Vuole un’ambulanza o parlare con un medico?», «Un medico, grazie, per favore faccia presto», «Il medico non è disponibile, devo farla richiamare». Frastornato, demoralizzato e fortemente preoccupato ma sopratutto dolorante come non mai mi dirigo al Pronto soccorso più vicino, che poi tanto vicino non lo è affatto, con la speranza almeno là di trovare una pronta assistenza e augurandomi di non essere costretto prima a telefonare per riceverla o, per assurdo, dover mandare una mail o descrivere i sintomi al citofono; chiedo scusa ma il forte dolore talvolta può far sragionare. Diciamo che auspico semplicemente di poter incontrare entro breve tempo un dottore in carne e ossa, anzi, possibilmente il più presto possibile. To be continued.

Giuseppe Agazzi

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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