Dall’accettazione del diverso alla lezione dei poeti
Nelle ultime settimane ho avuto modo di leggere qualche scambio di pareri relativi al tanto caro dibattito di natura filo teologica sull’accettazione del diverso. Negli anni giovanili ho per mia fortuna avuto modo di imbattermi nella posizione progressista che alcuni poeti del nostro tempo ci hanno lasciato. Andando in ordine di scomparsa, il più recente passato all’eternità, citava: «Mi han detto / Che questa mia generazione ormai non crede / In ciò che spesso han mascherato con la fede / Nei miti eterni della patria o dell’eroe / Perché è venuto ormai il momento di negare / Tutto ciò che è falsità, le fedi fatte di abitudine e paura / Una politica che è solo far carriera / Il perbenismo interessato, la dignità fatta di vuoto / L’ipocrisia di chi sta sempre con la ragione e mai col torto / E un dio che è morto / Nei campi di sterminio, dio è morto / Coi miti della razza, dio è morto / Con gli odi di partito, dio è morto». Il che, fa riaffiorare in me un tema che forse abbiamo già affrontato, il nichilismo che ci assale, senza alcuna voglia di contraddittorio. D’altronde come anche un altro poeta citava: «Si sa che la gente dà buoni consigli / Sentendosi come Gesù nel tempio / Si sa che la gente dà buoni consigli / Se non può più dare cattivo esempio». Che potrebbe fare riflettere in merito al punto di vista che scegliamo di avere, in funzione anche del tempo che scorre, inevitabilmente. Per aggiungere ulteriore scompiglio, mi viene in aiuto un personaggio dell’immaginazione, di un film che ho sempre sottovalutato, una delle citazioni più celebri recita: «La vostra rivoluzione è finita, signor Lebowski. Gli sbandati hanno perso!». Io vi chiedo: «Quindi gli sbandati hanno perso?». Lettori, lettrici, ho voglia di sapere cosa ne pensiate. Un grazie a Vinicio Capossela poiché ero indeciso sul fatto di azzardare una risposta, mi ha convinto leggere una sua recente intervista, più che coprire lo schermo qui servirebbe una cortina di fumo.
Federico Sala
Brescia
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