Da mamma e insegnante: «I care» sia la via
In questi giorni ho letto sul vostro giornale le lettere di alcuni genitori che raccontavano le fatiche e le sofferenze dei percorsi scolastici dei loro figli «speciali» con Dsa e Adhd. Queste letture hanno risvegliato in me un dolore e una rabbia profondi, sentimenti che probabilmente condivido con molti altri genitori. Faccio una breve premessa: sono un’insegnante di scuola primaria e sento il mio lavoro come una missione: mi vengono affidati dei bambini e io devo contribuire alla loro crescita perché possano diventare uomini e donne realizzati, pronti a dare il loro contributo per una società migliore. Ci credo sinceramente e vorrei che fosse così per tutti i miei colleghi, ma come genitore ho sperimentato che la realtà scolastica è spesso diversa. La storia di mia figlia inizia in sordina. Una brava ragazza, senza apparentemente alcun problema, che inizia a frequentare la scuola in modo irregolare per motivi di salute: un «banale» mal di testa che a 12 anni la obbliga a passare le giornate a letto, al buio. «È solo un mal di testa...». La scuola è preoccupata delle valutazioni; ci diamo da fare e ce la facciamo. Portiamo a casa l’anno scolastico, ma la maggior parte dei docenti non sembra accorgersi delle fatiche nostre e in particolare della ragazza. Lo sancisce la prof.ssa di Lettere: «Nelle prove avevi una media del 7 abbondante, ma ho deciso di darti 6 in pagella perché non è giusto nei confronti dei tuoi compagni che hanno frequentato regolarmente». È un ragionamento logico? Di sicuro non lo è stato per mia figlia che mi ha detto: «Ma è giusto che io stia così male da non uscire mai di casa? È giusto che mi sia preparata da sola alle verifiche, senza nessuna spiegazione della professoressa, e per questo vengo penalizzata». Belle domande! Anch’io avrei voluto rivolgerle alla professoressa, insieme alla domanda: «Si è accorta che i compagni di classe bullizzavano mia figlia?». Lei mi sorprende, trova le risposte da sola: decide di cambiare scuola e finisce le medie in un ambiente veramente inclusivo. Poi si passa alle superiori, Liceo delle Scienze Umane... sarà sicuramente un ambiente scolastico con una certa sensibilità! I problemi di salute persistono, nonostante le cure e un percorso di supporto psicologico. La scuola si attiva: interrogazioni programmate e arrancando si arriva alla quarta superiore. Ma arriva anche il primo crollo e decidiamo di ritirarla con l’idea di sostenere gli esami di idoneità. «Saranno una pura formalità. I docenti conoscono la ragazza» (che tra l’altro ha passato il primo quadrimestre con voti positivi), queste le parole del dirigente. E invece scopriamo che gli esami di idoneità sono un vero massacro, con docenti che non conoscono la ragazza e che non tengono in minima considerazione la sua storia, ma d’altra parte bisogna solo valutare... «Cosa conta veramente valutare?», mi domando, ma non trovo risposte. Comunque, grazie all’intervento dell’unica docente della Commissione che era stata professoressa di mia figlia, giunge la promozione, per un soffio. Nel frattempo, però, il malessere ha iniziato a prendere un’altra forma ed arrivano i primi gesti di autolesionismo. Inizia la quinta e l’anno parte con grande difficoltà, nonostante le cure tra cui gli psicofarmaci. La scuola si attiva di nuovo: interrogazioni programmate. Ma a febbraio la ragazza non riesce più a reggere e tutta la sua sofferenza si trasforma in un tentativo di suicidio. Torna a scuola per il nuovo ritiro dagli studi, torna in classe a salutare e nessuno le dice nulla. Che delusione! Era troppo avere una parola di conforto o di incoraggiamento? Era troppo chiedere che qualcuno dei docenti si fosse accorto che la ragazza era vittima di bullismo? Era troppo per me, madre con il cuore spezzato dal dolore per quanto accaduto, sentire la vicinanza degli insegnanti? Io sono anche dall’altra parte della barricata e sono consapevole che non si può pretendere tanto ma, proprio perché vivo su due fronti, ho imparato che non si può stare a misurare il dolore e che questo va accolto e curato. Quanti ragazzi e famiglie vivono situazioni di profonda sofferenza! Che cosa fa la scuola? Si limita a valutare? E cosa valuta? Nonostante tante belle parole, mi sembra che stiamo ancora valutando solo conoscenze e con l’obiettivo di riempire le teste dei nostri alunni ci dimentichiamo ciò che conta di più: i nostri ragazzi imparano da noi. Possono imparare l’accoglienza dell’Altro se noi docenti spariamo giudizi a raffica? Possono imparare a riconoscere e rispettare il dolore se noi fingiamo di non vederlo? Se insegnare si riduce a mera trasmissione di contenuti, forse gli insegnanti non serviranno più, perché ormai i ragazzi sanno trovare tutte le info di cui hanno bisogno senza di noi. E allora, cos’è che rende unico il nostro lavoro? È la capacità di vedere la bellezza dell’essere umano che ci è stato affidato al di là di quelle caratteristiche che rendono difficoltoso il suo percorso. È la capacità di condurre questi ragazzi nel percorso di conoscenza di se stessi per scoprire le proprie potenzialità ed imparare ad usarle per diventare la persona migliore che possano essere. Mia figlia ha imparato a farlo, ma, mi spiace dirlo, non per merito della scuola o per lo meno non per merito di «alcuni» suoi docenti. È riuscita, grazie ad un percorso di studi come privatista, a prendere la maturità, nonostante una diagnosi di disturbo di personalità borderline e nove ricoveri in psichiatria. Tra i banchi, oggi, ci sono tanti ragazzi con «caratteristiche speciali» e con un carico di sofferenze e fatiche. La scuola non può non riconoscerli, non può fare finta di non vederli, non può sentirsi a posto con delle interrogazioni programmate o con un Pdp tanto bello sulla carta e magari nemmeno rispettato. La scuola deve seguire le orme di Don Milani. Quanti anni sono passati dalla Scuola di Barbiana ma il suo motto «I CARE» dovrebbe essere la parola d’ordine di ogni insegnante. Cosa vogliamo per il futuro dei nostri ragazzi?
Lettera firmata
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