Lettere al direttore

Cuore, gambe e sudore: quanta nobiltà nel rugby

È finita la stagione, si spengono le luci sul campo, gli allenamenti al caldo o zuppi tra fango, pioggia e gelo, partite, avversari, terzo tempo. «Rugby». In cinque sole lettere si racchiude un mondo fuori dal mondo. Un mondo in cui ti insegnano che il compagno di squadra è sempre lì dietro per aiutarti, un mondo in cui si avanza passando il pallone all’indietro. Un mondo in cui chi hai di fronte è un tuo avversario fino a quando finisce la partita, un posto in cui chi ti prepara, insegna che l’arbitro è il primo allenatore in campo, che decide e spiega le motivazioni del fischio, il suo compito è aiutarti a migliorare nel rispetto del regolamento, solo il capitano può parlarci. In campo ci sono due squadre con due capitani, e nessuno dei due ha fasce o segni di riconoscimento, è un titolo che si guadagna tra campo e spogliatoio. In questo mondo, le fondamenta sono l’impegno, l’educazione e il rispetto. Rispetto, quest’ultimo lo si deve all’arbitro, all’avversario ma soprattutto agli allenatori. Si, perché questo mondo tutto ruota e funziona grazie a loro, uomini che fanno ore di cantiere, ufficio o fabbrica per poi donare tre sere e un sabato a settimana a figli di sconosciuti, di ogni classe sociale, chi più o chi meno ben educati, ma sempre trattati nel principio che qualsiasi diversità è uguaglianza. Non si fanno chiamare mister o coach, hanno un nome, sono loro che vedono sempre il bicchiere mezzo pieno, anche se spesso è vuoto, sono loro che spronano anche quando non si ha nessuna speranza di primeggiare, perché nel rugby non si perde mai, o si vince o si impara. Sono loro che ti «obbligano» a fare il terzo tempo, condividendo con chi hai combattuto fino a prima del fischio finale, un piatto di pasta, un posto a tavola ed una bevanda. Mai una parola fuori posto. Mai un gesto sbagliato. Onore a loro, che hanno pazienza infinita, inferiore solo alla dimensione del loro cuore. Onore ai presidenti che fanno quadrare i bilanci facendo salti mortali. Onore a tutti i volontari di campo e di club house. Eh sì, perché qui, in quello che viene definito uno sport minore, soldi ce ne sono pochi, ma la passione e tanti sacrifici, questi rudi uomini giusti, tengono in piedi un mondo che non è descrivibile, non è minimamente comprensibile quello che è, finché non ci capiti dentro. Ci capiti, perché questo umile ma nobile sport, fatto di tante regole, a volte di difficile comprensione, ha purtroppo la palla della forma sbagliata e si pensa sempre che sia una cosa per trogloditi preistorici che se le danno senza un domani. Sono pochi i fortunati che riescono a cogliere la vera essenza di questo movimento. Non promette notorietà e ricchezza. È corsa, è velocità, è uno scarto improvviso, è il saltello con il passo dell’anatra, è una francesina. È un placcaggio duro. È un urlo ad inizio partita e un abbraccio al termine, comunque sia finita. È un applauso tra vincitori e vinti. Sono gambe. È sudore. È cuore.

Un genitore di U14

Union rugby del Garda

Carissimo, touché (con l’accento, non senza, touche, che nel rugby - se non sbagliamo - corrisponde alla rimessa laterale). Touché, perché ha saputo toccare le corde del cuore, raccontando in poche righe mille emozioni, convincendo anche chi, come noi, con la palla ovale spartisce nulla. E di questa incapacità ad appassionarci ci rammarichiamo, un po’ come il cieco che non riesce a comprendere i colori, ripromettendoci tuttavia di impegnarci più a fondo.Che se riuscissimo anche soltanto a cogliere un decimo del bello e del buono che ha saputo trasmettere lei, diventeremmo dei fan sfegatati di questa disciplina, così tosta e insieme così nobile.

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