Crisi abitativa. Un «piano casa» serve davvero
L’intervista a Irene Tinagli sulla «crisi abitativa» e sul relativo, recentissimo, «piano casa» governativo consente di ricordare che il nostro paese una tale crisi l’ha già affrontata. All’indomani della seconda guerra mondiale (soprattutto al nord) il patrimonio edilizio-abitativo risultava fortemente danneggiato; poi si ebbe il «baby-boom» e la massiccia emigrazione interna connessa al «miracolo economico»; generando così una forte e duratura domanda abitativa, soprattutto di «edilizia popolare». La risposta principale fu il «piano Fanfani» (anche detto Ina-casa), avviato al termine degli anni ’40 e proseguito fino all’inizio dei ’60. Promosso e gestito dai vari governi del periodo prevedeva un triplice finanziamento: fondi statali, contributi dei lavoratori (dalla busta paga) e contributi delle imprese (oltre ovviamente ai proventi dei canoni di locazione). La gestione era affidata ad uno specifico ente (statale), la Gescal. A Brescia - inoltre -si ebbe un particolare esempio di «partnership tra privato-sociale e privato-privato» con l’esperienza della cooperativa La Famiglia (padre Marcolini), la Om (Ing. Beccaria) e le banche locali. In concreto (semplificando molto): il dipendente Om versava un acconto, l’azienda anticipava buona parte del Tfr maturato da quest’ultimo, la banca accendeva un mutuo pluriennale e la cooperativa raccoglieva così le risorse necessarie per realizzare le abitazioni. Mensilmente venivano pagate le rate, fino a estinzione. Anche (ma non solo) grazie a queste pratiche sono sorti interi quartieri. Oggi l’anticipo del Tfr per «esigenze abitative» è previsto da tutti i contratti di lavoro; ma a quei tempi... Fu lungimirante il consenso sindacale. Irene Tinagli, dal suo punto di vista «europeo» (giustamente, dato il ruolo) pone l’accento sulle risorse comunitarie mobilitabili (che ovviamente sono benvenute) ma è solo definendo chiaramente il quadro «nazionale» che si può pensare di risalire la china. Lo Stato italiano è sovraindebitato e in evidente affanno fiscale. Pensare ad esso come praticamente esclusiva fonte di finanziamento renderebbe irrealistico qualsiasi piano. Quindi, anche accantonando - per ora - le pur rilevanti questioni costituzionali connesse alla suddivisione di competenze tra stato e regioni, solo individuando moderne modalità di finanziamento (certo e continuativo) che realizzino l’auspicata «partnership tra pubblico e privato» e che facciano sentire a contribuenti e fruitori la questione come propria, si può pensare di poterla proficuamente affrontare.
Angelo Ariosto
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