Che bello il podcast sulla Caffaro
Ho scoperto con piacere il podcast «Caffaro, Ultima Barriera» prodotto da voi e condotto dalle bravissime Laura Fasani e Nuri Fatolahzadeh. Lo consiglio a tutti, bresciani e non, perché è fortemente istruttivo su come spesso l’ambiente (e le persone che lo abitano) vengano sacrificati per il solo interesse economico, fregandosene di tutto e di tutti. Intendiamoci: non sono un ingenuo o una «demi-vierge» come direbbe Barisoni su Radio24, so benissimo che ogni impresa, ogni azienda ha come fine l’utile, il profitto, la creazione di ricchezza per chi «intraprende» e ci mette energie e soldi ma... ma ci sono, o dovrebbero esserci, dei limiti al profitto assoluto, all’avidità, specie quando danneggia (potrei scrivere violenta) l’ambiente e le persone che lo vivono. Chiedo, e mi chiedo, come è stato possibile che questa azienda abbia potuto inquinare per decenni, se ricordo bene dagli anni ’30 fino alle soglie del 2000? Dal Podcast si capisce che i danni del Pcb prodotti dalla Caffaro erano stati resi noti fin dal 1984 dall’azienda americana Monsanto, mentre «da noi» la cosa è «esplosa» solo nel 2001 grazie al famoso articolo di «Repubblica». Come è potuto accadere nella evoluta e civilissima Brescia una cosa del genere? Come è potuto accadere che abbia tradito la città che l’ha accolta (e che pure era orgogliosa di farlo) e i suoi dipendenti, pure loro orgogliosi di far parte della storia della chimica che la Caffaro rappresentava? Il podcast parla di quello che è accaduto come di una Seveso non improvvisa - come successe là - ma lenta, costante, continua, con gravissimi danni alle persone e all’ambiente. L’amara conclusione è che là -a Seveso - i responsabili hanno in qualche modo pagato. A Brescia no, il danno è rimasto, nessuno ha pagato: rimane la rabbia, ma anche un minimo di speranza che - visto quello che è successo- certe cose non possano più accadere.
Claudio Mor
Rovato
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