Cari settantenni come me, vi dico: «Basta lamentarsi»
Ho settantatré anni, pensionato, 3 figli, 7 nipoti. Lavoro ancora. Ottimista da sempre. Volevo complimentarmi con l’articolo di Renzo Rozzini sulle «Giornate vuote» e la lamentela come stile di vita. È un articolo che dovrebbero affiggere in tutti gli ambienti che noi diversamente giovani frequentiamo (sala di aspetto di ambulatori, Pronto soccorso, ospedali, chiese, supermercati, bar, ristoranti). Constato, come afferma il dottor Rozzini, che tutti si lamentano e favoriti dalla facilità con cui ciò possono farlo sui social. Tutti si sentono nel giusto nel criticare tutto e tutti. Mai entrano in una situazione reale per mettere in evidenza la particolarità della situazione. Assolutamente si critica, ci si lamenta e basta. Ma constato, purtroppo, che questo atteggiamento è diffusissimo anche fra le nuove generazioni fra i 40 e 50enni. E questa cosa mi preoccupa più di ogni altra cosa. Chi non ha problemi economici si lamenta del clima, chi non ha problemi di salute si lamenta con le prospettive della sanità pubblica. Tutti si lamentano dei prodotti che mangiamo e di come vengono prodotti, tutti si lamentano dell’ambiente in cui viviamo per la produzione di energia, tutti si lamentano dei mari sporchi, per non parlare poi degli aumenti della benzina, delle bollette, degli affitti ecc. E naturalmente le pensioni basse e gli stipendi che non crescono. E ancora... non ci si può sposare... non si può fare famiglia... non si può acquistare casa... gli affitti sono alti. Oltre ai social, questi atteggiamenti vengono amplificati dalle nostre tv (tutte) che non fanno altro che dare alla propria utenza (selezionata con ricerche di mercato) la notizia che vuole sentire e non quella che si sarebbe dovuta trasmettere. Se ho una platea di gente che vuole solo lamentarsi (evito di scendere nell’androne politico perché non ne usciremmo fuori) gli confeziono un bel programma dove solo si critica tutto e di più senza mai sentire o evidenziare perché si è arrivati a certe situazioni e come poter fare per uscire da certe situazioni. Quindi dottor Rozzini, complimenti. Quando può e compatibilmente con il suo ruolo che riveste nel suo istituto ospedaliero, cerchi di contestare questo atteggiamento di noi ultra settantenni. Io nel mio piccolo cerco di farlo con i miei coetanei, ma a volte mi danno del «filo-governativo», anti-ambientalista, benestante, occidentale, conservatore ecc. A volte evito di parlare di questi argomenti. Ne approfitto oggi attraverso il vostro giornale per affermare il mio ottimismo consigliando ai miei coetanei (e non) di evitare di continuare a lamentarsi di tutto e di tutti. Come afferma il dottor Rozzini è uno stile di vita scorretto. Concludo con un brevissimo aneddoto: mio padre, deceduto nel 1998, al momento della riscossione della pensione minima che ha percepito dopo 45 anni di lavoro in mezzo ai campi si sentiva un signore, uno ricco, uno che guardava il futuro vedendo il bicchiere mezzo pieno mai vuoto. Non l’ho mai sentito lamentarsi. È una cosa di cui vado orgoglioso e che mi ha fatto interpretare le fasi della mia vita in modo corretto. Grazie a mio padre e anche al dottor Rozzini per l’analisi pubblicata.
Giuseppe Maruca
Brescia
Caro Giuseppe, la prendiamo in parola e cominciamo noi a non lamentarci. Nemmeno di voi settantenni! Considerato che - a Dio piacendo - tra una decina d’anni lo diventeremo anche noi, riconosciamo loro una vitalità invidiabile, direttamente proporzionale alla capacità di borbottio. Sovente mugugnano o addirittura imprecano, ma intanto nove su dieci restano generosi nel prestare opera e dare una mano a chi ne ha bisogno. (g. bar.) Una postilla sull’aneddoto finale, poiché nostro padre era simile al suo: quando gli si chiedeva come andava soleva rispondere: «Lamentarsi è peccato». Vale anche per noi.
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