Carenza di autisti. Ascoltiamo bene quanti se ne vanno
Ho letto l’articolo del Giornale di Brescia sulla carenza di 200 autisti nel Bresciano e vorrei raccontare la mia esperienza diretta. Sono stato un autista di linea per una delle due principali aziende di trasporto del territorio. Ho ottenuto le patenti grazie a un concorso promosso da una di queste aziende, che prospettava turni equi e uno stipendio adeguato. Una volta terminata la formazione e iniziato a lavorare, però, la realtà si è rivelata ben diversa dalle aspettative. Mi sono trovato ad affrontare giornate lavorative lunghissime, che potevano superare le 14 ore, con una retribuzione che ritenevo non adeguata alla fatica, alle responsabilità e all’impegno richiesti. A questo si aggiungeva un altro problema, particolarmente importante per chi, come me, era alle prime esperienze nel lavoro di linea: la formazione pratica sul percorso e l’affiancamento erano spesso insufficienti. Mi è capitato che mi venissero assegnate linee che non avevo mai avuto modo di vedere e conoscere in precedenza, senza un adeguato affiancamento e senza la supervisione di un collega esperto. Per un autista alle prime armi, conoscere una linea non significa semplicemente seguire un percorso sul navigatore. Significa sapere dove fermarsi, conoscere le particolarità del tragitto, affrontare eventuali criticità e imparare a gestire il servizio in sicurezza. Ritrovarsi a svolgere tutto questo senza una preparazione pratica adeguata significa dover affrontare ulteriori difficoltà, proprio quando si avrebbe più bisogno di supporto. Credo che l’affiancamento iniziale non debba essere considerato un dettaglio o una perdita di tempo, ma una parte fondamentale della formazione. Ne beneficiano il lavoratore, l’azienda e soprattutto i passeggeri, che hanno diritto a un servizio sicuro e affidabile. Ma c’era anche un altro aspetto, forse meno evidente a chi non ha mai svolto questo lavoro: ero assegnato a un deposito lontano dal mio domicilio. Molte volte le pause, anche quelle di cinque o sei ore, dovevano essere trascorse a Brescia, in sede. Di fatto, non avevo la possibilità di tornare a casa e sfruttare quel tempo per riposare davvero, stare con la mia famiglia o semplicemente vivere un po’ la mia vita privata. Perché una pausa di cinque o sei ore non significa necessariamente avere del tempo libero. Se sei lontano da casa, vincolato agli orari del servizio e impossibilitato a rientrare, quella pausa finisce per spezzare la giornata senza restituirti davvero il tempo che ti è stato tolto. Guidare un autobus è un lavoro di grande responsabilità: trasporti persone, affronti il traffico e devi mantenere sempre alta l’attenzione. Per farlo bene servono condizioni di lavoro sostenibili, un’organizzazione efficiente, una formazione adeguata e una retribuzione proporzionata alle responsabilità. Alla fine ho deciso di andarmene. Non perché non volessi lavorare, ma perché volevo che il lavoro fosse compatibile anche con una vita al di fuori del lavoro. Volevo poter svolgere la mia professione con la giusta preparazione, sentendomi supportato nei primi passi, e avere anche il tempo necessario per riposare e dedicarmi alla mia vita privata. Ecco perché, quando si parla di carenza di autisti, credo sia necessario andare oltre il semplice numero delle persone mancanti. Bisognerebbe chiedersi anche quante persone se ne vanno, per quali ragioni e che cosa si potrebbe fare per convincerle a restare. Bisognerebbe interrogarsi non soltanto sugli stipendi e sui turni, ma anche sulla qualità della formazione iniziale, sull’affiancamento dei nuovi autisti, sull’organizzazione dei servizi e sulla possibilità di conciliare il lavoro con la vita privata. Perché non basta assumere nuovi autisti: bisogna anche metterli nelle condizioni di lavorare bene, sentirsi preparati e tutelati e non essere costretti a scegliere tra il lavoro e la propria qualità di vita. Se vogliamo davvero affrontare la carenza di autisti nel Bresciano, forse dovremmo iniziare anche da qui: ascoltare chi se n’è andato e capire che cosa lo ha spinto a farlo.
Lettera firmata
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