Cara società, ecco cosa abbiamo visto in carcere
Siamo un gruppo di giovani scout provenienti da tutto il Nord Italia e lo scorso weekend abbiamo vissuto un’esperienza all’interno del carcere di Verziano; vorremmo chiedere ospitalità alle pagine del suo giornale per raccontare ciò che abbiamo vissuto e così, idealmente, rivolgerci a tutta la società Bresciana. Per questo iniziamo la nostra lettera con: «Cara Società, ci sono luoghi che esistono accanto a noi e che, allo stesso tempo, sembrano lontanissimi. Il carcere era uno di questi. Lo conoscevamo attraverso racconti, immagini veloci, notizie, giudizi. Ma quasi mai attraverso l’incontro. Entrarci ci ha costretti a cambiare sguardo. Abbiamo incontrato volti, voci, storie, ma prima di tutto, abbiamo incontrato persone. Persone con una storia, con errori, ferite, paure e desideri. Persone che troppo spesso vengono ridotte al loro reato, dimenticando tutto il resto. Durante la giornata trascorsa insieme, tra giochi, canti, pasti condivisi e racconti reciproci, ci siamo stupiti della semplicità con la quale ci siamo riconosciuti umani gli uni davanti agli altri. Ci resteranno impressi i volti, gli sguardi, i sorrisi inattesi, la tristezza presente in certi racconti e, insieme, una profondità umana difficile da spiegare. Siamo entrati pensando di dover portare qualcosa; siamo usciti con la sensazione di aver ricevuto molto di più. Dentro quelle mura abbiamo scoperto un’umanità forte, concreta, autentica. A tratti persino più evidente di quella che spesso incontriamo fuori. Forse perché nelle difficoltà l’uomo riscopre il bisogno dell’altro, diventa fratello, crea comunità. E allora abbiamo compreso anche un’altra cosa: il carcere non è un mondo separato dalla società. Ne è lo specchio. Quelle mura non custodiscono persone lontane da noi, ma raccontano qualcosa che ci riguarda tutti. Per questo sentiamo importante dire che chi vive in carcere è un essere umano esattamente come noi. Non basta informarsi o parlare del carcere da fuori. Serve avere il coraggio dell’incontro, lasciare spazio all’ascolto, abbandonare almeno per un momento la paura e il giudizio. Solo così ci si accorge di quanto sia facile condannare senza conoscere davvero. In carcere alzi lo sguardo e vedi ovunque le mura. Ma le mura più difficili da abbattere non sono sempre quelle di cemento. Abbiamo percepito in molte persone una rabbia profonda verso se stesse, un peso che continua a chiuderle dentro anche oltre la pena. Una seconda gabbia. Questa esperienza ci ha portati a interrogarci non solo sul crimine, ma anche su ciò che conduce una persona a commetterlo. Ci possono essere alternative. E proprio per questo la dimensione rieducativa del carcere non può restare soltanto un principio scritto: deve diventare reale, concreta, vissuta. Andare in carcere non è un gesto di carità. Non si entra per sentirsi migliori o per «portare gioia». Si entra per incontrare, ascoltare e lasciarsi cambiare dall’incontro. Perché anche da chi meno te lo aspetti puoi imparare qualcosa di essenziale sull’essere umano. Oggi sentiamo che tutti possiamo fare qualcosa affinché il carcere diventi davvero un luogo capace di accompagnare le persone verso una possibilità nuova. Per questo auguriamo a tutti di non fermarsi al passato delle persone e ai loro errori, ma di scegliere di informarsi e guardare al loro futuro con fiducia. Perché una società si misura anche da come sceglie di guardare chi ha sbagliato».
25 ragazzi e ragazze che hanno scelto l’incontro
Riproduzione riservata © Giornale di Brescia


