Bresciangrana, un sogno rovinato nell’indifferenza
Sono il rappresentante di una delle aziende conferenti latte alla società Bresciangrana, finita al centro della bufera che si è scatenata negli ultimi giorni, per via della mail con cui i conferenti venivano informati che dal 03/08/2026 al 31/08/2026 il loro latte non sarebbe stato acquistato, per motivi tecnico-legali: impianti da sistemare, decisioni del collegio instaurato per gestire la crisi, blocco dei conti correnti. Una brutta storia che vede noi allevatori restare senza liquidità da oltre 5 mesi, in un settore in cui la minima spesa si quantifica spesso nell’ordine delle migliaia di euro e dove non è possibile abbassare la saracinesca in attesa di tempi migliori, perché sia in stalla che in campagna abbiamo a che fare con esseri viventi che vanno accuditi giornalmente e che seguono il loro ciclo vitale al di là delle nostre esigenze. Dico che questa situazione è solo la punta dell’iceberg, o meglio, la ciliegina sulla torta del fallimento di un intero settore che, per la fortuna di qualcuno, è sempre in crisi. L’origine del male? Le famigerate «quote latte». Gestite male, a tratti malissimo, a tutti i livelli. Unico vincitore? Tutte quelle entità «extra agricole» che hanno cominciato ad investire in agricoltura creando mega aziende all’avanguardia a costi dimezzati (sì, perché facendo una stima approssimativa, partendo da zero, se serviva 1 milione di euro per dar vita ad un allevamento di bovini da latte, bisognava anche spendere 1 milione di euro per l’acquisto di quote, che inoltre dovevano essere disponibili sul mercato). Nel frattempo l’industria casearia ci ha sguazzato alla grande con adeguamento dei prezzi ai produttori sempre al ribasso ed accordi di filiera, che per noi allevatori venivano giustificati sempre con le solite frasi: « è meglio che niente...», «bisogna accontentarsi...», «è un momento difficile...». In dieci anni dalla fine delle quote latte, con un costante peggioramento delle condizioni climatiche l’unica vera boccata di ossigeno l’abbiamo avuta tra il 2024 ed il 2025, quando a causa della siccità del 2023/24 in nord Europa, molti allevamenti di quella zona hanno abbattuto i capi allevati, perché gli allevatori si trovarono nell’impossibilità di somministrare i foraggi necessari all’alimentazione delle mandrie. Quindi non è che il settore si fosse risollevato o che fosse subentrata una modifica strutturale del comparto agricolo e zootecnico così da garantire reddito agli allevatori, ma semplicemente qualcuno era stato più sfortunato di noi. Nel frattempo politica ed associazioni di categoria non pervenute. Unico fenomeno in costante crescita? Le mega aziende, soprattutto quelle che hanno alle spalle grossi finanziatori a cui conviene comprare terra anche al doppio del suo valore perché anziché pagare tasse permette di accumulare capitale e, quando hai un’azienda agricola non paghi nemmeno l’Imu e puoi pure vantare «carbon credits» perché al di là della puzza del letame, è l’unico settore che consuma più emissioni di quelle che produce. Bresciangrana quindi cos’è se non la migliore espressione di ciò che potevamo essere e non siamo diventati, un sogno infranto dall’arroganza, dalla cupidigia di qualcuno e dall’indifferenza di chi non si è mosso in tempo pur sapendo cosa stava succedendo.
Paolo Zani
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