Lettere al direttore

Addio Mocio, è stato un bel sogno a Gardone

O di qua o di là. Calcio o basket. Impossibile ed impensabile una via di mezzo. A me, come a tanti altri, toccò il calcio. I viola del Valtrompia. Martedì e giovedì allenamento. Sabato pomeriggio partita. Al «Redaelli», 3 chilometri da casa mia, ci si andava in bici. A volte in due sulla stessa, con i borsoni in spalle a quello dietro. Era la fine degli anni ’70. Il calcio, e poco altro, il nostro mondo. Eppure c’era quella gigante scritta nera, spruzzata da mani sicure sul muro del Palazzetto di basket dell’oratorio: «Qui con Mocio si va in B». Ricordo la prima volta che ci entrai... Un meraviglioso tempio ovale di cemento grigio bordato di vernice azzurra. Immenso, mi parve allora. La luce penetrante a stento dalle finestrelle quadrate là in alto e il suono rimbombante dei palleggi con la palla a spicchi: tum, tum, tum... Si stava allenando la prima squadra della Gardonese Basket. «È quello con la barba», mi indicò l’amico che era con me. Sorridente, pacato, il Mocio dava indicazioni agli irsuti giocatori in canottiera. Fu come imbattersi, improvvisamente e inaspettatamente nel fitto di un bosco, in un animale selvatico. «Ah, è lui... Quello della scritta». Se due più due fa ancora quattro, allora avrà avuto poco più di vent’anni. Ma, vuoi la suggestione di bambino o la leggenda che già lo circondava, me lo fece apparire come un uomo senza età, fuori dal tempo. La mia appartenenza assoluta al calcio non ne venne minimamente scalfita e continuerà ancora per diversi anni. Non divenni mai uno dei gnari di Mocio. Cominciai però, non saprei dire di preciso perché, a frequentare il Palazzetto. E soprattutto a seguire le partite della Gardonese. All'inizio, con mio fratello, attraverso le appassionate radiocronache del sabato sera sintonizzati su Radio G. Poi, talvolta, sulle gradinate tra la folle calda bolgia adolescenziale. Bossini, Saetti, Cominassi, Bil... La bruciante sconfitta 91 a 90 con la Diadora, le battaglie infuocate con Pisogne. L’illusione, la gioia, la rabbia. Non saprei dire con precisione come finì la storia. Solo ora qualcosa ricordo. La B non arrivò mai. Forse per problemi di costi e di sponsor, la Gardonese Basket si sciolse. Mocio se n’era andato. E quella scritta nera sul muro del Palazzetto sepolta sotto uno spesso strato di vernice bianca. Per sempre. Ma erano già altri tempi. Addio Mocio, è stato un bel sogno.

Valter Tanghetti

Gardone

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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