La giraffa e lo sciacallo

Il caso Bova, pettegolezzi e i dubbi se ci sia mai stato amore

Tatuaggi mistici, pareo maculato, la pelle luccicante di crema solare al cocco, mani sui fianchi, tutte in piedi sotto lo stesso ombrellone, a righe, come la censura. Con un’unica formula: «Raoul Bova, Raoul Bova, Raoul Bova, Raoul Bova»
Silvia Valentini

Silvia Valentini

Commentatrice

Raoul Bova e Martina Ceretti
Raoul Bova e Martina Ceretti

Il vociare della gente, le urla di gioia dei bambini nell’acqua, i garriti dei gabbiani, le onde sulla battigia, la trama del libro sulle mie ginocchia: niente riusciva a coprire le loro voci amplificate. Tatuaggi mistici, pareo maculato, la pelle luccicante di crema solare al cocco, mani sui fianchi, tutte in piedi sotto lo stesso ombrellone, a righe, come la censura. Pareva un sabba con un’unica formula: «Raoul Bova, Raoul Bova, Raoul Bova, Raoul Bova».

Un’evocazione pronunciata sopra ad un immaginario calderone fumante, sulla sabbia di questo mezzodì di agosto. Una di loro, la voce arrochita da donna vissuta, quella che tutto sa e vive nel giusto, ne parlava come di un’importantissima questione di Stato: «Che schifoso. Che delusione!» (delusione?). «Certo, non era sposato e pare vivessero come fratelli, ma che importa? Non puoi essere così ingenuo!». Quindi il peccato non era stato tradire ma lasciare in giro messaggi come carte di caramelle. «E poi, ma le avete lette le banalità che le diceva?».

Ah, volevano gossip in salsa piccante, penso, mentre fedele alla mia inerzia, cerco un modo per sfuggire a radio comare network senza abbandonare il mio lettino. «Però la privacy….», abbozza una un po’ in disparte, subito azzannata da sguardi feroci, «Non esiste la privacy quando sei famoso!»; «Eh però ha diritto al rispetto della sua vita intima, ci sono i figli»; «Ma che si arrangi. Doveva rigar dritto!», sentenziava quella che la mattina presto la vedevi fare stretching in perizoma interdentale intorno alla torretta dell’attraente bagnino prole con la nonna. «E la suocera? La famosa avvocata? Lo difende lei! Ma si può?».

Mon Dieu, penso, se neppure una nonna può difendere il padre dei suoi nipoti, dal pianeta terra-terra è veramente tutto. Il problema era che persino i gabbiani nel cielo garrulo sembravano andar dietro a queste beghine, e le persone si addensavano sotto quell’ombrellone di prefiche, giudici a tempo pieno, esperte in come si vive, come si ama, come si sbaglia e con quali regole e limiti (ovviamente quando a sbagliare sono gli altri). Mi alzo e mi chiedo - e dubito al tempo stesso -: avranno mai amato? Perché chi ha amato sa bene che l’amore (come pare abbia detto anche Shakespeare, ma non possiamo esserne sicuri perché insieme a Bukowski, ormai, gli «citano addosso» laqualunque) «è la più saggia delle follie».

Una debolezza alla quale un attore famoso e belloccio non può cedere, lo dicono le prefiche, soprattutto dopo l’avvento della tecnologia. Può diventare monaco trappista o mandare messaggi che si autodistruggono, nient’altro. Due ragazzine adolescenti ascoltano sedute sulla sabbia «scrollando» la faccia di Bova sul telefonino e mi corre un brivido per il vero, reale, danno di questo sport nazionale: lo sdoganamento, non emendabile, che il fatto di far girare messaggi privati altrui non sembri più reato. «Certo che è un uomo che ti ci addormenteresti addosso», conclude una finalmente e tutte concordano cinguettando. Ah, ma allora, sotto sotto, «sbavavano per Bova».

Del resto non credo esista un moralismo immune dal retrogusto sapido dell’invidia, della mancanza di occasioni e dell’infelicità personale. Le persone felici e complete le riconosci, planano sulle cose senza giudizio. Mi sono fatta largo fra gli ombrelloni, tutti uguali, tutti ordinati come le opinioni della gente. Dritta verso il mare come una tartaruga appena nata. Un tuffo veloce e la pace. Lì, sotto la superficie del mondo, solo il rumore del mio respiro, finalmente. Forse l’unico suono privato che ci sia rimasto.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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