Cinquanta milioni di euro bruciati in un secondo. E 46 millesimi, per essere precisi. Questa è la finestra temporale, meno di un battito di ciglio, in cui sono stati assegnati i fondi del bando Impresa Sicura di Invitalia, stanziati per rimborsare alle aziende mascherine, gel disinfettanti e dispositivi di protezione acquistati a partire dal 17 marzo. Invitalia è l'agenzia nazionale per lo sviluppo di proprietà del Ministero dell'Economia, della quale è amministratore delegato Domenico Arcuri, che è stato anche nominato lo scorso 17 marzo commissario straordinario per l'emergenza Covid-19.
Più che un click day, quello dell'11 maggio è stato un click moment: le 3.150 imprese che sono riuscite a prenotarsi lo hanno fatto tutte contemporaneamente, alle 9 in punto. Ora dovranno attendere il 26 maggio per completare la pratica, ma almeno stavolta potranno fare con calma: hanno tempo fino all’11 giugno. Secondo alcuni, la rapidità con cui sono riuscite a classificarsi puzza di bot, cioè di compilatori automatici: una tecnologia che non è certo alla portata delle aziende più piccole, che è lecito pensare fossero anche quelle più bisognose di ricevere un aiuto economico.
«Noi non siamo riusciti a prenotarci - raccontano i dirigenti di una grossa azienda bresciana -. Nonostante sapessimo a cosa andavamo incontro e avessimo assoldato dei gamer professionisti che sono allenati per partecipare a questo tipo di attività, non c'è stato niente da fare. Siamo convinti che entrare nelle prime classificate fosse umanamente impossibile, anche se ci eravamo preparati con largo anticipo consultando voce per voce la guida all’utente».
Invitalia, forse prevedendo cosa sarebbe successo, aveva infatti pubblicato online un manuale di 9 pagine per spiegare come guadagnarsi correttamente il rimborso. Tra i dati e le documentazioni da preparare, si legge: «È cura dell’utente verificare il corretto ed efficiente funzionamento dei propri dispositivi informatici, nonché della qualità della connessione Internet». Sì, perché è di quello che si tratta: velocità di navigazione, che inevitabilmente finisce per favorire i territori con reti più all’avanguardia e penalizzare chi ha sede dove la navigazione zoppica.E poi spunta il sospetto che qualcuno abbia usato i bot (compilatori automatici), battendo gli altri sul tempo. Si sfoga in una mail inviata al GdB un albergatore di Limone sul Garda, che aveva fatto richiesta di rimborso per 500 euro: «Nelle istruzioni veniva specificato che era vietato usare compilatori automatici e che sarebbe stato necessario ricaricare la pagina alle 9. Invece tantissimi avevano bot: per confermare la domanda c'era un captcha (quel test con immagini da selezionare o serie alfanumeriche da copiare e digitare ndr) e quello di sicuro richiede più di un secondo. Trovo veramente scandaloso che questo sia il metodo con cui i soldi pubblici vengono utilizzati, come cittadino mi sento derubato».
Un criterio di esclusione che sa tanto di lotteria, insieme a una miopia burocratica che mette al primo posto la dotazione tecnologica (e la fortuna o la furbizia) di un’azienda rispetto al suo reale bisogno economico.




