Lo scontro tra fazioni si trascina da tempo. Ma ora da latente, sottoforma di guerra fredda interna, sembra arrivato a un passo dalla denotazione. Perché sul tavolo delle Procure di Milano e di Brescia, in forma anonima (senza quindi il coraggio di metterci la firma), è stata recapitata una segnalazione che punta (anche) su Brescia. Casa Fratelli d’Italia, giornate da nervi tesi sulla scia dell’inchiesta di Fanpage che mette in luce la presunta lobby nera, chiamando in causa Roberto Jonghi, noto come il «Barone nero», e l’eurodeputato Carlo Fidanza. Proprio a quest’ultimo nome l’esposto si aggancia per portare all’attenzione della magistratura l’iter che ha caratterizzato le dimissioni di Giovanni Acri dal ruolo di consigliere comunale.
La vicenda
La chiave di lettura fornita da chi getta il sasso (nascondendo però la mano): il dubbio è che quel metodo, il «metodo Fidanza», si sia ramificato attraverso un network di persone sui territori. No, la segnalazione non parla di finanziamenti illeciti, ma fa riferimento a un «meccanismo» per ottenere possibili tornaconto personali. Acri - questa la tesi - avrebbe deciso di percorrere la via delle dimissioni (al suo posto, come primo dei non eletti, è subentrato Giangiacomo Calovini, assistente del sen. Gianpietro Maffoni) solo una volta ottenuta la garanzia dell’assunzione del figlio nello staff di Fidanza, a Bruxelles.




