MILANO, 03 SET - Alessia Pifferi, anche "dopo la scoperta del cadavere della bambina", ha tenuto "comportamenti lucidi di modifica della scena del crimine e, in parte, di occultamento di tracce del reato". Tuttavia, nel bilanciare la pena, come hanno fatto i giudici milanesi d'appello, bisogna considerare la sua "estrema fragilità emotiva", il fatto che è "cresciuta in un ambiente non idoneo di cui vi erano tracce già nel percorso scolastico", la sua "storia drammatica" a "livello affettivo", il "senso di solitudine" e la "dipendenza affettiva dagli uomini" che l'ha "portata a sacrificare la figlia". Lo scrive la Cassazione nelle motivazioni della sentenza con cui, lo scorso 25 giugno, ha reso definitiva la condanna a 24 anni di reclusione per la 41enne per la morte della figlia Diana nel luglio 2022. Piccola di meno di un anno e mezzo che fu abbandonata dalla madre sola in casa per quasi sei giorni, mentre lei era con l'allora compagno, e morì di stenti. La Suprema Corte, respingendo i ricorsi della difesa e della Procura generale milanese, ha di fatto confermato l'imputazione di omicidio volontario e la capacità di intendere e volere della donna, come erano state ricostruite nelle indagini della Polizia e del pm Francesco De Tommasi. Dall'altro lato, però, ha anche tenuto ferme le attenuanti generiche concesse all'imputata, difesa in Cassazione dal legale Cristian Scaramozzino, nel processo di secondo grado che aveva cancellato l'ergastolo del primo grado. "Fragilità emotiva" e storia personale dell'imputata sono i punti per i quali gli ermellini hanno confermato le attenuanti. Non, invece, per quella "sofferenza" determinata dal "clamore mediatico" indicata dalla Corte d'Appello milanese, perché è una "intuizione personale" che "non ha alcuna base legale", come evidenziava anche la Procura generale milanese. Nel processo erano parti civili la madre e la sorella di Alessia Pifferi, rispettivamente nonna e zia di Diana, con l'avvocato Emanuele De Mitri. La prima sezione penale della Suprema Corte (presidente Monica Boni, relatore Carmine Russo) dà atto, come avevano fatto già due perizie nei processi, che la donna non aveva alcun vizio di mente: non c'è stato alcun "impulso patologico invincibile che possa averla costretta ad abbandonare la bambina". E' stata documentata, si legge nelle motivazioni, "soltanto una fragilità affettiva dell'imputata che la spingeva a cercare continuamente la compagnia di un uomo che la desiderasse". Era, comunque, capace di "risolvere problemi e prendere decisioni". Non conta nulla, in sostanza, nemmeno quel "basso quoziente di intelligenza" che era stato "riscontrato all'esito del test somministratole in carcere".
Cassazione, 'Pifferi lucida nell'omicidio della figlia ma pure molto fragile'
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