TRIESTE, 04 GIU - Prima l'autodenuncia di Marco Cappato e dell'associazione Luca Coscioni alla Questura di Trieste, poi un incontro con la stampa e i cittadini per spiegare quanto vissuto da Lucia, 80 anni, affetta da una rara patologia neurodegenerativa, che il 3 giugno è stata accompagnata in Svizzera per il suicido assistito. L'avvocato dell'associazione, Filomena Gallo, ha ricordato che "Lucia era dipendente totalmente da terze persone e la Corte Costituzionale ha già spiegato che i trattamenti di sostegno vitale devono essere intesi in senso ampio e quindi riteniamo che Lucia rientrasse in tutti i requisiti stabiliti dalla sentenza Cappato. Lucia inoltre - ha aggiunto Gallo - assumeva una corposa terapia farmacologica, che senza l'assistenza continua non poteva assumere. I tribunali hanno confermato che questi sono requisiti che rientrano nei trattamenti di sostegno vitale. Lucia avrebbe voluto morire nella sua città dove è sempre vissuto - ha detto ancora l'avvocato - Invece è stata costretta ad andare all'estero". L'azienda sanitaria di Trieste, Asugi, aveva negato una prima volta il suicidio assistito, la risposta a una seconda valutazione doveva ancora arrivare. "Chiediamo alla Procura della Repubblica di intervenire e di individuare le responsabilità per un comportamento da parte di Asugi - ha concluso Gallo - che esce fuori da ogni margine di legalità". Lucia aveva lavorato come infermiera nel reparto di pneumologia di Trieste, è stato ricordato oggi da chi ha accompagnato fisicamente la donna in Svizzera, un racconto del viaggio che Matteo D'Angelo e Antonella Lauvergnac, iscritti a Soccorso Civile, l'associazione che fornisce assistenza alle persone in determinate condizioni, hanno fatto con grande commozione.
Associazione Coscioni, 'Lucia avrebbe voluto morire nella sua città'
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