Cos’ha vinto, alla fine, Marcelo Bielsa? Il Mondiale non ci mette al riparo dalla stucchevole faida tra «giochisti» e «risultatisti». Sì, Bielsa ha sollevato più trofei di molti colleghi. No, non è lontanamente paragonabile, su questo terreno, ai giganti di questo secolo: Ancelotti, Guardiola, Mourinho.
È divisivo come nessuno, per quel suo carattere arcigno e la rigidità di certe posizioni: l’ultima è stata la foto a capo chino prima che iniziasse il Mondiale e la giustificazione («non sono un modello») da ultimo partigiano di un calcio puro e incontaminato.
Eccessivo? Forse sì. È un estremista anche nella sua concezione del gioco, con quella marcatura uomo su uomo esasperata. Ma Bielsa è questo: uno che non ha mai negoziato le proprie idee, che ha vinto poco ma ha ispirato molti.
Ode a Bielsa, comunicatore silenzioso nell’era uniformata dei MondialiGuardiola lo considera un maestro, «il migliore», disse nel 2017. Forse dovremmo smetterla di usare soltanto il metro della vittoria per giudicare allenatori, giocatori, dirigenti. Uomini: è un discorso che va oltre il calcio. Si può essere grandi anche nella sconfitta. Bielsa lo è, pure dopo il fracaso del suo Uruguay. Perché è uno che lascia sempre il segno. Sicuri valga meno di qualche trofeo in più?




