Classifica deprimente, contestazione al presidente senza fine, presenze allo stadio al minimo e imprenditoria locale invocata ma che, legittimamente non ci sente. Quello che sta accadendo attorno al Brescia calcio è un film già visto. La storia infatti si ripete perché nessuno degli industriali bresciani ha voglia di buttare soldi nel club della città. Il calcio non è un investimento e su questo non ci sono dubbi, si tratta di una sorta di mecenatismo utile ad alimentare il sogno dei tifosi e spesso anche le ambizioni personali e la voglia di visibilità dell’imprenditore di turno. Che però da queste parti manca all’appello. Oggi come ieri. Quando c’era Corioni, poi con Bonometti-Sagramola e ora con Cellino.
La storia infatti si ripete perché nessuno degli industriali bresciani ha voglia di buttare soldi nel club della città
A Bergamo Percassi intervenne nel momento in cui la famiglia Ruggeri andò in difficoltà, a Parma dopo il crac e la ripartenza dai dilettanti gli industriali - guidati da Barilla - fecero quadrato. Poi certo in entrambi i casi sono arrivati gruppi stranieri a dare nuova linfa al club, ma la basi le hanno gettate gli imprenditori del territorio. Oggi rispetto i conti del Brescia sono in ordine e bisogna dare merito a Cellino che invece sul resto ha sbagliato tutto ciò che poteva sbagliare: dalla gestione dei rapporti con le istituzioni, con gli stessi imprenditori locali, con il territorio e con i tifosi.
Senza aprire il capitolo risultati sportivi. Ma a questo punto come può essere costruito il futuro della squadra di calcio di una delle città più ricche di Italia? Solo dall’estero sembrano arrivare segnali di un timido interesse. Peccato.




