Le cose non dette fanno male. Alla mente, al corpo, all’ambiente che ci circonda. Schiacciano la nostra energia, rendono il respiro più affannoso, mascherano il nostro potenziale. Insomma ci fanno stare male. Il primo a farcelo notare è il nostro corpo: quando le emozioni non vengono manifestate, il corpo accusa il colpo. Battito accelerato, muscoli contratti, mente offuscata, denti digrignati, postura errata. Qualcosa resta sospeso. E quando si arriva al limite, il corpo butta fuori ciò che non siamo riusciti a comunicare.
Ma la parola rimasta chiusa nella bocca a volte può diventare anche violenza. Diceva bene Stefano Rossi, esperto di intelligenza emotiva, quando nel suo libro «Genitori in ansia: Trasforma le tue paure nelle ali di tuo figlio» spiegava come esista una relazione, a livello sociologico e linguistico, tra violenza e analfabetismo: meno parole si hanno, più si rischia di essere violenti.
Meno si è in grado di dare un nome alle proprie emozioni, più il pericolo diventa l’analfabetismo linguistico ed emotivo. Dare invece un’immagine all’inesprimibile, dire l’indicibile ed esternare le emozioni può essere un antidoto alla morte. Perché alla fine le cose non dette fanno male. E l’uomo non dovrebbe essere destinato a soffrire.



