Una lettera di pensionamentopuò contenere molto più di una scadenza. Dentro una formula amministrativa precipitanoabitudini, riconoscimenti, rapporti costruiti in decenni; fuori, ad aspettare, c’è unalibertàdella quale nessuno ha spiegato l’uso. Il lavoro ha fornito una risposta alla domanda su chi siamo. Quando quella risposta perde validità, anche il futuro cambia consistenza. Diventa uno spazio da riempire, mentre il corpo ricorda che il tempo disponibile ha confini sempre meno astratti.
È su questa soglia cheUmberto ApicecollocaGiacinto Marasco, protagonista e voce narrante di "Il Commiato", pubblicato daLastarìa Edizioni. Alto funzionario ministeriale vicino ai settant’anni, si prepara a lasciare il servizio. Vive al Fleming con Enrichetta, già docente di Antropologia culturale alla Sapienza, in un appartamento che la mancata nascita dei figli ha lasciato più grande delle loro necessità. La solidità economica protegge la coppia da molte preoccupazioni. Restano quelle che nessuna sicurezza materiale risolve: l’indebolimento dei sensi, le occasioni mancate, l’avanzare di un’età nella quale ogni bilancio sembra diventare urgente.
L’esordio consegna il lettore aun’esperienza fisica. Giacinto torna dall’oculista con il suo glaucoma e spiegazioni che vorrebbero rassicurarlo senza poterlo davvero consolare. Anche l’udito gli procura difficoltà: rumori e frammenti musicali si installano nella testa e accompagnano le conversazioni. Apice attribuisce a questi disturbi una funzione narrativa precisa. Le parole degli altri possono arrivare incomplete, le percezioni lasciano margini di dubbio. La realtà passa attraverso un uomo costretto a colmare continuamente qualche lacuna. Nel tentativo di capire ciò che accade, Giacinto rivela anche quello che teme, spera o preferirebbe credere.
La costruzione del romanzo asseconda questo movimento. Il racconto procede per sequenze vicine al diario e alla conversazione interiore. Il presente romano si apre sull’adolescenza a Torre del Greco, sui genitori, sull’incontro con Enrichetta, sui viaggi della coppia. A mettere in moto la memoria bastano una telefonata, un oggetto, una musica. La teiera comprata a Bordeaux custodisce una piccola mitologia matrimoniale; il salone del barbiere riporta all’infanzia e alla figura paterna. «Stai diventando l’etnologo della tua vita», osserva Enrichetta. La battuta descrive un uomo che studia i propri gesti come reperti di una civiltà familiare.
In questatrama di ritorni, il titolo estende il proprio significato. Il commiato è anzitutto il saluto ufficiale al funzionario in uscita, con il rinfresco, i discorsi, la celebrazione dei meriti. La parola contiene però un’ombra che Giacinto avverte: essere festeggiati perché si lascia il proprio posto somiglia già a una piccola commemorazione. L’appuntamento burocratico tocca la paura di perdere consistenza agli occhi degli altri. Vacilla l’immagine di sé costruita attraverso il lavoro, insieme all’illusione che quella posizione potesse durare indefinitamente. Il tempo libero porta una responsabilità diversa: decidere che cosa desiderare ancora.
Ilcorpo, intanto, continua a desiderare per conto proprio. Attrazioni e fantasie attraversano le giornate di Giacinto con una vitalità che le sue cautele faticano a disciplinare. La giovane impiegata Valentina ne sollecita l’attenzione, riattiva timidezze antiche, lo induce a interrogare un sorriso o la durata di un bacio sulla guancia. Il narratore si corregge, si rimprovera, cerca una spiegazione innocente, poi ricomincia a fantasticare. La vecchiaia comprende ancora gelosia, vanità, imbarazzo e attesa. Apice ne riconosce la complessità attraverso un personaggio capace di sentirsi, a pochi istanti di distanza, impaurito e intensamente vivo.
Il ministero offre alla scrittura il materiale diuna satira efficace. Il Sottosegretario esibisce cordialità, potere e appetiti; intorno a lui si muove una corte pronta a scambiare la deferenza per amicizia. Affida a Giacinto, del quale conosce i trascorsi letterari, una cartellina di scritti erotici. Si delinea un intreccio di favori e aspettative che rende instabile il confine fra cortesia e obbligazione. I privilegi gratificano chi li riceve, gli suggeriscono di sentirsi speciale, rendono meno agevole il dissenso. Giacinto osserva il meccanismo e ne avverte su di sé la seduzione. Il suo spirito critico deve fare i conti con il piacere di essere riconosciuto.
Alla scrittura richiesta dal politico si affianca quella che Giacinto vorrebbe praticare per sé. Da giovane ha pubblicato un libro; ora tenta di raccontareCharlie Parker, scrive qualche riga, torna a cancellarla.Il jazzattraversa il romanzo come un’eredità ricevuta dal padre e una memoria capace di riaffiorare anche quando le parole diventano difficili. Parker concentra domande sulla libertà creativa, sulla fragilità e sul rapporto fra talento e autodistruzione. La sua esistenza, lontanissima dalla regolarità ministeriale, attrae il protagonista anche per quanto resta oscuro. L’epigrafe da «Il libro contro la morte» di Elias Canetti, con l’esortazione a terminare un libro continuamente rimandato, introduce questa tensione fra urgenza e rinvio.
La musica suggerisce anche una possibilechiave formale. Come in un’improvvisazione, il racconto riprende motivi già ascoltati, li sposta in un altro contesto, ne modifica l’accento. Un ricordo comico può tornare carico di inquietudine. La prosa accompagna queste variazioni con dialoghi rapidi, parentesi, domande interiori e correzioni. Il lessico colto convive con il parlato, i latinismi con le espressioni scurrili, la mitologia con la vita domestica. I tic verbali individuano i personaggi: il «diciamo» che punteggia il discorso del Sottosegretario ne fa sentire insieme la disinvoltura e l’abitudine a occupare lo spazio della conversazione.
Nell’autoanalisi di Giacinto si può riconoscere una parentela con la voce sveviana della "Coscienza di Zeno": la lucidità convive con l’alibi, il bisogno di comprendersi con quello di salvare un’immagine accettabile di sé. Il lettore coglie le crepe fra ciò che il narratore dichiara e ciò che i suoi pensieri lasciano affiorare. Il rapporto fra desiderio, invecchiamento e vulnerabilità può ricordare invece "Everyman" di Philip Roth. Nel romanzo di Apice, la familiarità coniugale e il teatro ministeriale danno a questi temi una fisionomia propria. Un tratto distintivo della sua voce è la facilità con cui la riflessione sulla fine viene interrotta da una battuta, una voglia, una piccola seccatura.
"Il Commiato" parla anche a chi è lontano dall’età del protagonista. Ladipendenza dal ruolo professionale, il bisogno di approvazione e la tendenza a rimandare le proprie aspirazioni appartengono a stagioni diverse dell’esistenza. Il romanzo li avvicina attraverso una voce fallibile, capace di coinvolgere il lettore senza chiedergli di approvare ogni giudizio. Gli affetti e la curiosità mantengono aperto uno spazio che nessuna formula amministrativa può definire. Il tempo che resta comincia dove finisce il personaggio che abbiamo imparato a essere.
Comunicato Stampa: "Il Commiato", la vita oltre la carriera tra desiderio, memoria e illusioni del potere

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