Le aziende cercano personale, ma trovarlo è sempre più difficile. E quando una postazione resta scoperta, un cobot può aiutare a colmare il vuoto, alleggerendo i lavori ripetitivi e pesanti. Per le piccole e medie imprese, la robotica collaborativa promette più flessibilità anche nelle produzioni con lotti piccoli e cambi frequenti. Ma attenzione: comprare un cobot non basta per automatizzare in sicurezza.
Ne parliamo con Giuseppe De Rosa, Ceo di Tilog, gruppo specializzato nella logistica legata alla Physical Ai. «Bisogna progettare l’intera applicazione, valutare i rischi, tempi di produzione e responsabilità legate alla marcatura CE – spiega –. Perché il vero investimento non è nel robot, ma nel processo che dovrà migliorare».

La differenza tra robotica e cobotica
Facciamo un passo indietro e spieghiamo come automazione, robotica e cobotica non sono sinonimi. «L’automazione rigida ripete una sola sequenza ed è imbattibile sui volumi stabili – spiega De Rosa –; il robot industriale è riprogrammabile, ma di norma lavora segregato; il cobot può condividere lo spazio con l’operatore. Confonderle è il modo più rapido per sbagliare un investimento. Per le pmi la cobotica è un’opportunità concreta, per due ragioni. La prima è il lavoro: secondo Unioncamere, a ottobre il 43,6% delle assunzioni previste in Italia risulta di difficile reperimento. Per chi non trova un addetto al fine linea, il cobot copre la postazione scoperta e toglie alle persone i gesti più pesanti. La seconda è la varietà: tanti codici, lotti piccoli, cambi frequenti. Il cobot si programma da tablet o guidandolo a mano e, con la visione basata sull’IA, riconosce pezzi in posizione variabile. Il primo equivoco è credere che basti comprarlo».
Le norme ISO 10218, aggiornate nel 2025, non parlano più di «robot collaborativo» ma di «applicazione collaborativa»: a dover essere sicuro è l’insieme di robot, utensile, pezzo, layout e procedure. «Un cobot che impugna una lama non è sicuro solo perché si chiama cobot - spiega De Rosa -. La nuova Iso 10218-2 riconosce tre metodi collaborativi, combinabili. Con la guida manuale l’operatore muove il robot a mano. Il monitoraggio di velocità e separazione usa scanner laser di sicurezza per rallentarlo quando la persona si avvicina e fermarlo alla distanza minima».
«La limitazione di potenza e forza ammette il contatto entro soglie biomeccaniche di forza e pressione per ogni regione del corpo, con gli urti alla testa esclusi. L’arresto monitorato è oggi una funzione di sicurezza a sé».
Ogni scelta ha un costo: soglie di forza e limiti di velocità allungano il tempo ciclo. «Per questo molte celle sono ibride, a piena velocità quando l’area è libera e più lente quando entra qualcuno. Il secondo equivoco riguarda le responsabilità. Il braccio, da solo, è una quasi-macchina con dichiarazione di incorporazione: chi lo integra in una cella, per uso proprio, diventa il fabbricante dell’insieme, con valutazione dei rischi, fascicolo tecnico e marcatura CE. Dal 20 gennaio 2027 vale il Regolamento macchine (UE) 2023/1230. E se il cobot cambia postazione, cambia l’applicazione: va rivalutata».
Per l’Osservatorio Innovative Robotics del Politecnico di Milano, nei piani di investimento del prossimo triennio i cobot passano dal 25% al 34%. «Ma la regola resta una: prima i numeri, poi la tecnologia. Se automatizzi il disordine, ottieni solo un disordine più veloce. Si parte da un processo e dal suo costo, con un progetto pilota; si può anche noleggiare o affidarsi a un partner con prestazioni definite. Un cobot non si compra: si progetta insieme al processo. È la tecnologia che si adatta all’azienda, non il contrario».




