Il cronocentrismo e la fiducia nel presente scollegato dal passato

Se si potesse parlare con un imprenditore della Manchester di fine ’700 o con un nobile signore latifondista della Francia medievale, si può star certi che entrambi sarebbero convinti di vivere nella migliore delle epoche. E che quelle precedenti alla loro erano arretrate e inferiori.
Ebbene, proviamo a guardarci dentro: non pensiamo forse lo stesso del nostro tempo? Nel 1974 il sociologo Jib Fowles coniò per descrivere questo atteggiamento il termine cronocentrismo, inteso come «la convinzione che i propri tempi siano di primaria importanza e che gli altri periodi impallidiscano a confronto. È la fede nell’importanza storica del presente. E, come tale, suggerisce un disprezzo del passato e del futuro».
Come questo possa applicarsi al mondo economico, nonostante guerre, crisi energetiche e via dicendo, è presto detto. La fede nella tecnologia, intelligenza artificiale in primis, sta facendo sì che gli sviluppi in chiave produttiva siano visti come inevitabili, amplificati dalla loro velocità e pervasività, capaci anche di invadere le sfere pubblica e personale.
Una fede che si inserisce in una visione del mondo lineare, proiettato sempre in avanti verso una meta. Questo approccio, che visto dal versante positivo permette investimenti e crea fiducia nel futuro, rischia però di oscurare un passato che in sé cela, se non insegnamenti, di certo spunti di riflessione. Valorizzare ciò che è stato, alla luce di ciò che è e di quanto potrebbe essere, non è oscurantismo ma saggezza.
Conoscere la storia, anche economica e industriale, crea il sostrato necessario per costruire qualcosa di solido. A volte ce ne dimentichiamo, scossi dall’appassionato fervore per ciò che è nuovo, ma nelle nostre radici c’è tutto il materiale per cambiare. Sì, anche per essere «disruptive» e innovativi. Perché la fede nel presente fa dimenticare il passato e offusca il futuro.
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