Economia

Tassare i robot, duplice sfida: innovare senza frenare la crescita

La proposta di legge depositata in Parlamento pone una questione: come redistribuire in modo equo i benefici del progresso tecnologico?
Franco Baiguera
L'idea di tassare i robot è partita da Brescia
L'idea di tassare i robot è partita da Brescia

I robot non dormono, non chiedono ferie e non pagano tasse. Ma in un mondo in cui le macchine sostituiscono sempre più spesso le persone, cresce la domanda: è giusto che producano ricchezza senza contribuire al bene comune? L’idea di tassare i robot, o i profitti generati dall’automazione, è tornata ciclicamente nel dibattito pubblico, trovando spazio anche sulle pagine del Giornale di Brescia e in una proposta di legge depositata in Parlamento. Il tema merita un approfondimento perché divide economisti, imprenditori e politici.

L’argomento non è nuovo. Già Bill Gates, anni fa, aveva proposto una robot tax per compensare la perdita di gettito fiscale derivante dall’automazione. Quando un robot sostituisce un lavoratore, infatti, spariscono anche i contributi e le imposte sul reddito che quel lavoratore versa. Una parte della produttività guadagnata dalle macchine, sosteneva Gates, dovrebbe tornare alla collettività per finanziare formazione, welfare e nuove opportunità occupazionali.

Il tema è però più complesso di quanto sembri. Dal punto di vista macroeconomico, la tassazione dei robot si muove su un equilibrio sottile tra efficienza e giustizia sociale. Da un lato, una tassa sull’automazione potrebbe rallentare l’adozione di tecnologie innovative, frenando la produttività e la competitività delle imprese. In un’economia globale sempre più guidata dall’intelligenza artificiale, un simile freno rischierebbe di penalizzare soprattutto i Paesi meno avanzati sul piano tecnologico.

Dall’altro, ignorare gli effetti redistributivi dell’automazione significherebbe ampliare il divario tra capitale e lavoro. Le macchine aumentano i profitti di chi investe, ma riducono le opportunità per chi vive del proprio salario. Tassare, almeno in parte, i benefici dell’automazione potrebbe allora servire a finanziare politiche di riqualificazione e ridurre le disuguaglianze che accompagnano la rivoluzione digitale.

In Italia, la questione è ancora più delicata. Il nostro tessuto produttivo è composto soprattutto da piccole e medie imprese, spesso poco digitalizzate e restie a investire in innovazione. Una tassa sui robot rischierebbe di trasformarsi in un disincentivo, proprio mentre il Paese cerca di recuperare terreno con i programmi di Industria 4.0 o simili e con gli incentivi alla transizione tecnologica.

Robot in azione all'interno di un'azienda
Robot in azione all'interno di un'azienda

Eppure, l’Italia non soffre oggi di bassa occupazione, anche se questo non è del tutto vero tra i giovani che, in divenire, potrebbero soffrire del fenomeno. Tuttavia, oggi una tassa interna sui robot, in un sistema produttivo che sconta importanti inefficienze strutturali – costo dell’energia, del lavoro, infrastrutture non sempre all’altezza – sarebbe mal tollerata, portando alla delocalizzazione delle imprese in Paesi più orientati al business.

Molti economisti, tuttavia, invitano a spostare il dibattito: non tanto tassare i robot, quanto ripensare il sistema fiscale. Invece di introdurre nuove imposte, si potrebbe rimodulare la tassazione del capitale, introdurre crediti d’imposta legati alla creazione di nuovi posti di lavoro o rafforzare gli incentivi per chi investe in formazione. In altre parole, non frenare l’innovazione, ma accompagnarla.

Tassare i robot non è forse la risposta definitiva, ma pone la domanda giusta: come redistribuire in modo equo i benefici del progresso tecnologico? Per l’Italia, la sfida è duplice: innovare senza frenare la crescita, e far sì che la rivoluzione digitale non tralasci nessuno. La riforma del fisco, in discussione in Parlamento, potrebbe cogliere queste opportunità.

Franco Baiguera – Dottore commercialista e docente a contratto di Tecnica professionale all’Università degli Studi di Brescia

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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