Economia

Streparava in Senato: «Il taglio accise non basta, ora l’energia»

Il presidente di Confindustria Brescia interviene in Commissione al Senato: «Il sistema produttivo che continua a fare il proprio dovere non può essere lasciato solo». Il testo integrale
Il presidente di Confindustria Brescia, Paolo Streparava durante il suo intervento al Senato
Il presidente di Confindustria Brescia, Paolo Streparava durante il suo intervento al Senato
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Un sollievo immediato, ma non una risposta strutturale ai problemi dell’industria.Il presidente di Confindustria Brescia, Paolo Streparava è intervenuto in audizione durante i lavori della VI Commissione Permanente Finanze e Tesoro del Senato. 

Sul decreto taglia accise «comprendiamo l'urgenza dell'intervento e ne conosciamo la finalità – ha detto Streparava –: contrastare fenomeni speculativi, alleggerire temporaneamente il rincaro dei carburanti, tutelare i cittadini e tutelare l'autotrasporto in una fase di tensione straordinaria. Il punto è tuttavia che per il mondo industriale questo non basta».

Il presidente di Confindustria Brescia, Paolo Streparava
Il presidente di Confindustria Brescia, Paolo Streparava

Per il presidente degli imprenditori bresciani «Il problema vero non è solo il prezzo dei carburanti alla pompa e una riduzione delle accise di durata limitata può offrire un sollievo immediato, ma non modifica la capacità di programmare investimenti, listini, contratti e produzione», il problema è «il costo complessivo dell'energia per la manifattura».

La correzione su Transizione 5.0 necessaria

Streparava definisce «giusta e necessaria» la correzione su Transizione 5.0 fatta dal ministro delle Imprese, Adolfo Urso, dopo il taglio dei fondi per i progetti esodati che minava il rapporto di fiducia tra imprese e istituzioni. «Le imprese hanno
bisogno che quando viene annunciato qualcosa, sia scritto in modo chiaro, rapido e coerente. Indipendentemente dalla forma tecnica che è stata scelta, credito di imposta o contributo, il beneficio finale dovrà avere per le imprese lo stesso impatto economico e le stesse regole di cumulabilità», sottolinea Streparava.

Serve maggiore flessibilità a livello europeo

Il presidente di Confindustria Brescia condivide le dichiarazioni del ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti sull’Europa: «In una fase straordinaria come questa, segnata da tensioni geopolitiche, costi energetici elevati e rallentamento della domanda occorre anche una maggiore flessibilità di bilancio a livello europeo».

«Rimaniamo invece stupiti dalle reazioni di Bruxelles che ha franato sull'ipotesi di sospendere le regole di bilancio segnalando che al momento non sarebbe gistificabile una tale misura. Se non è crisi quella che stiamo vivendo, non sappiamo quale sarà - aggiunge Streparava -. Il grido di dolore dell'industria - conclude - non è una formula polemica, è il segnale di un sistema produttivo che continua a fare il proprio dovere ma che non può essere lasciato solo tra crisi internazionale, costi energetici non più sopportabili e vincoli comunitari disallineati alla realtà.

Questo il testo integrale dell’intervento in Commissione

Palazzo Madama a Roma
Palazzo Madama a Roma

Signor Presidente, Onorevoli Senatori,
vi ringrazio per l’invito e per l’opportunità di portare in questa sede la posizione di Confindustria Brescia, tra le Associazioni Territoriali più significative del Sistema Confindustria, sui disegni di legge di conversione del decreto-legge 18 marzo 2026, n. 33, in materia di prezzi petroliferi connessi alle crisi dei mercati internazionali, e del decreto-legge 27 marzo 2026, n. 38, recante disposizioni urgenti in materia fiscale ed economica.
Parlo a nome di un territorio che rappresenta una componente essenziale della manifattura italiana. Brescia, con un valore aggiunto complessivo pari a 50,6 miliardi di euro, è quinta provincia italiana; è quarta per valore aggiunto nell’industria in senso stretto; con 20,3 miliardi di export è settima in Italia; con oltre 155 mila addetti è il terzo polo manifatturiero del Paese; ed è seconda nell’industria metalmeccanica con 110 mila addetti.
In ambito europeo, Brescia è tredicesima per valore aggiunto manifatturiero tra circa 1.200 province dell’Unione ed è seconda tra i territori superspecializzati nell’industria. In questo contesto si colloca il ruolo di Confindustria Brescia, che oggi rappresenta oltre 1.300 imprese associate, per circa 70 mila addetti.
Questi numeri non servono a rivendicare un primato.
Servono a chiarire che quando Brescia parla di industria, parla di una parte rilevante della capacità produttiva nazionale.

E oggi questa parte del Paese sta vivendo una pressione eccezionale.
Le imprese sono strette tra crisi geopolitiche, aumento dei costi energetici, volatilità dei mercati, rallentamento della domanda, e un quadro regolatorio europeo troppo spesso disallineato rispetto alla realtà dei processi industriali, dei tempi di investimento e della competizione internazionale. 

È in questo quadro che vanno letti i due provvedimenti previsti all’ordine del giorno dell’odierna audizione, anche se dobbiamo tenere in considerazione anche il Decreto-Legge 3 aprile 2026, n. 42 - Disposizioni urgenti in materia di prezzi petroliferi connessi alle crisi dei mercati internazionali, nonché in favore delle imprese, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 4 aprile.
Sul decreto-legge n.3, relativo ai prezzi petroliferi, riteniamo di non esprimere un giudizio. Il decreto-legge n.42, che proroga temporaneamente l’alleggerimento delle accise, di fatto ne supera la valenza.
Comprendiamo l’urgenza dell’intervento e ne riconosciamo la finalità: contrastare fenomeni speculativi, alleggerire temporaneamente il carico sui carburanti, tutelare prevalentemente i cittadini e sostenere l’autotrasporto in una fase di tensione straordinaria.
Il punto, tuttavia, è che per il mondo industriale questo non basta.
Il problema vero non è soltanto il prezzo dei carburanti alla pompa.
Una riduzione di accisa di durata limitata può offrire un sollievo immediato, ma non modifica la capacità di programmare investimenti, listini, contratti e produzione.
È il costo complessivo dell’energia per la manifattura: elettricità, gas, volatilità, oneri, incertezza.
Nel breve ogni misura utile va adottata; ma nel medio periodo serve una risposta straordinaria, perché siamo davanti a una crisi che mette in discussione la base industriale del continente.
E a livello nazionale è necessario ripensare il sistemaenergetico nella sua complessità, assicurando reale concorrenza tra i produttori, diversamente da quanto rilevato anche da ARERA nel proprio “Rapporto sugli esiti del mercato elettrico del giorno prima nel biennio 2023-2024”, ripensare il modello di determinazione della tariffa per l’energia elettrica, semplificare drasticamente le procedure autorizzative per la realizzazione degli impianti fotovoltaici e, non ultimo, rimettere al centro dei dibattito l’annosa questione del nucleare, per traguardare alla produzione di energia elettrica da microgenerazione.

Il ruolo dell’Europa

Il tema, però, non può essere affrontato soltanto su scala nazionale e in modo frammentario.
È necessario anche un intervento europeo, anche perché, se il conflitto continuerà, l’Italia, da sola, non potrà reggere a lungo una pressione di questa intensità.
Serve una strategia strutturale sull’energia per la manifattura, che intervenga sui meccanismi di formazione dei prezzi, sul grado di concorrenza tra operatori e sulla semplificazione degli investimenti produttivi.

I provvedimenti del decreto


Ancora più delicato è il giudizio sul decreto-legge n.38, il cosiddetto DL fiscale, anch’esso da valutarsi in relazione a quanto decretato con il DL n.42.
Convivono misure apprezzabili e misure che invece hanno creato un danno concreto e immediato alle imprese.
Tra gli elementi positivi, segnalo innanzitutto il ripristino del regime previgente in materia di dividendi ed esenzione delle plusvalenze.
È una correzione condivisibile nel merito, ma che mette anche in evidenza un problema più profondo: non possiamo continuare a cambiare norme fiscali nella legge di bilancio per poi correggerle poche settimane dopo.
Per gli operatori, italiani e internazionali, questo continuo fare e disfare genera incertezza, costi organizzativi e un aggravio della complessità interpretativa del sistema.
Sempre sul piano fiscale, riteniamo fondamentale che in sede di conversione si lavori anche alla definizione di regola di determinazione della base imponibile IVA delle operazioni di permuta chiara e coerente con le finalità dell’operazione.
Condividiamo pienamente la decisione di escludere dall’applicazione della nuova disciplina i contratti stipulati prima del 2026; tuttavia, per i nuovi contratti, permangono le criticità operative legate alla vigente formulazione normativa.
Su questo punto è necessario un intervento normativo mirato, che consenta da un lato di superare i rilievi comunitari e dall’altro di garantire una corretta valorizzazione delle operazioni di permuta, che rifletta il reale valore attribuito dalle parti, anche nei contratti complessi – comprese le sponsorizzazioni con scambi materiali a fronte di servizi.

Il nodo Iperammortamento

Le imprese devono poter operare in un contesto chiaro e certo onde evitare che su esse di esse ricada poi il rischio di successive contestazioni.

Segnalo poi la scelta di rimuovere il vincolo geografico UE/SEE (Spazio Economico Europeo) per l’iperammortamento sui beni strumentali, rendendo ammissibili anche beni prodotti fuori dall’Unione europea e dallo Spazio economico europeo: una scelta di realismo, che prende atto del fatto che oggi le catene del valore sono globali e che la competitività industriale richiede strumenti aderenti alla realtà dei mercati.
Ma qui il punto decisivo è un altro: l’iperammortamento deve diventare operativo subito. La norma decorre dal 1° gennaio 2026, ma al 3 aprile manca ancora il decreto attuativo.
In una fase segnata da domanda debole, incertezza generale e aumento dei costi di forniture e materiali, ogni settimana di ritardo pesa sulle decisioni di investimento. Per questo chiediamo con forza tempi rapidissimi e piena operatività dello strumento, senza ulteriori slittamenti né correzioni in corsa.
È inoltre utile la riduzione del costo delle dilazioni sui debiti contributivi, che può aiutare imprese in una fase di liquidità più fragile.

Ma su questo stesso decreto ha gravato una criticità molto seria: il trattamento riservato agli investimenti collegati a Transizione 5.0.
Transizione 5.0 è stata una misura importante nelle intenzioni, ma caratterizzata da elevata complessità applicativa, incertezza interpretativa e modifiche successive delle condizioni.
Il punto è semplice: un’impresa può affrontare una congiuntura difficile, ma non può investire se il quadro delle regole cambia di continuo.
Quando il decreto-legge n.38 è intervenuto riducendo ex post il beneficio per una parte delle imprese che hanno già concluso gli investimenti 5.0, il danno è diventato immediatamente tangibile.
Qui non siamo di fronte a un tema tecnico marginale: qui tocchiamo il rapporto di fiducia tra imprese e istituzioni.
La prima mappatura effettuata da Confindustria Brescia, al 31 marzo 2026, parlava già di una riduzione del beneficio atteso da 37 milioni a 12,1 milioni: una perdita quantificabile in circa 25 milioni di euro nel nostro territorio.

Era un dato che fotografava bene il punto: non si può chiedere alle imprese di investire e poi cambiare le regole a posteriori.
Per questo abbiamo ritenuto giusta e necessaria la correzione presentata dal Ministro Urso - cui va riconosciuto l’impegno per aver recuperato una situazione estremamente critica - al tavolo del 1° aprile al Ministero delle Imprese e del Made in Italy, e accogliamo con apprezzamento la conferma, nella giornata di mercoledì scorso, di una dotazione complessiva di 1,5 miliardi di euro che si aggiunge a quella di 2,750 già prevista per il Piano.
Per questo apprezziamo anche la rapida approvazione e l’entrata in vigore del Decreto-legge n°42 in data 3 aprile che contribuisce a rimettere in ordine le cose.
È un passaggio importante nella giusta direzione: perché va a ricostruire un elemento essenziale: la fiducia.

Il credito d’imposta

Resta aperto senz’altro il tema utilizzo del credito imposta: nell’articolato, infatti, è previsto che il credito sia utilizzabile solo per l’anno 2026;
Noi, invece, propendiamo e chiediamo che il credito di imposta possa essere utilizzato dalle aziende destinatarie il beneficio in più quote annuali, per poterlo utilizzarlo nella sua interezza, andando oltre il 2026
Adesso il punto cruciale è vigilare affinché tali impegni siano mantenuti integralmente durante l’iter di conversione del decreto-legge.
È necessario completare il quadro con rapidità e coerenza, perché industria, energia e incentivi agli investimenti costituiscono un unico sistema e non possono essere trattati come ambiti separati.
Il messaggio che portiamo qui è molto semplice: bene la conferma delle risorse e bene il ripristino del 89,77 per i beni strumentali, ma non devono esserci sorprese.
Nel Decreto- Legge n.42, per esempio, la disposizione di cui al comma 1, lettera a), numero 3) prevede la concessione di un contributo destinato alle imprese, nel limite massimo di 57,7 milioni di euro per l’anno 2026, 80 milioni di euro per l’anno 2027 e 60 milioni di euro per l’anno 2028, - in totale 197,7 milioni di euro - in proporzione alle spese sostenute per gli investimenti in impianti finalizzati all’autoproduzione di energia elettrica da fonti rinnovabili destinata all’autoconsumo, comprese le spese per i sistemi di accumulo dell’energia prodotta, per la certificazione.

Sembra di capire che per questa tipologia di investimenti aziendali non ci sia più il credito di imposta ma il contributo a fondo perduto, da spalmarsi su 3 anni.
Su questo ci attendiamo che, a partire dall’atto attuativo che il MIMIT deve approvare in merito, ci sia piena certezza di esecuzione dell’impegno assunto.
Non vorremmo rivivere quanto abbiamo vissuto pochi giorni fa con una norma di efficacia retroattiva che, se fosse stata confermata, avrebbe azzerato i benefici promessi a circa 7.500 industrie italiane.

Inoltre, ci pare quanto mai doveroso segnalare che nel Decreto-legge n°42 il contributo a fondo perduto per le Fonti Energetiche Rinnovabili viene qualificato quale aiuto di Stato: questo aspetto, se confermato, creerebbe un problema, ovviamente.
Ricordiamo infatti che questa misura non è una misura selettiva ma sostituisce quanto era già stata definito nel Piano Transizione 5.0.
In sostanza, occorre garantire piena cumulabilità tra il contributo a fondo perduto sulle FER ed eventuali altri contributi.
Vedete, le imprese hanno bisogno che quanto annunciato venga scritto in modo rapido, chiaro e coerente. E, indipendentemente dalla forma tecnica che è stata scelta - credito d’imposta o contributo -, il beneficio finale dovrà avere per l’impresa lo stesso impatto economico, le stesse potenzialità e le stesse regole di cumulo originariamente garantite da Transizione 5.0.
Non è accettabile che esigenze di contabilità pubblica o aggiustamenti in corso d’opera riducano il beneficio netto per chi ha già programmato investimenti.
In questa fase servono affidabilità, chiarezza attuativa e soprattutto stabilità regolatoria: una politica industriale credibile non può essere costruita su promesse verbali, decreti attuativi in ritardo e continue riscritture delle regole.

Flessibilità di bilancio europeo

E c’è un ulteriore tema di metodo che chiediamo al legislatore di considerare: in una fase straordinaria come questa, segnata da tensioni geopolitiche, costi energetici elevati e rallentamento della domanda, occorre anche una maggiore flessibilità di bilancio a livelloeuropeo. Su questo condividiamo le affermazioni che il Ministro dell’Economia e delle Finanze ha fatto in conferenza stampa venerdì scorso.
Rimaniamo invece stupiti dalle prime reazioni di Bruxelles che ha frenato sull'ipotesi di sospendere le regole di bilancio, segnalando che al momento non sarebbe giustificata una tale misura.
Se non è crisi e se non siamo a rischio di recessione oggi stante il contesto geopolitico, quanto ancora dobbiamo aspettare?
Ma tale flessibilità dovrebbe essere finalizzata a proteggere gli investimenti produttivi, non a comprimere o ridisegnare retroattivamente gli strumenti destinati all’industria.
Su questo punto vorrei essere molto chiaro davanti a voi.
Noi non siamo qui per negare le difficoltà della finanza pubblica.
Le conosciamo. Le comprendiamo. Ma sappiamo anche che nei momenti straordinari non si può scaricare il peso dell’aggiustamento su chi investe, assume, esporta e innova. La prima regola di una seria politica industriale è l’affidabilità del quadro normativo.
Esiste poi un altro aspetto che riteniamo decisivo: la questione del fotovoltaico e della filiera industriale collegata.
Sostenere la produzione europea è un obiettivo condivisibile.
Ma questo non può tradursi in rigidità tali da limitare la concorrenza, generare inefficienze o rallentare gli investimenti.
Serve un approccio equilibrato, che tenga conto della realtà delle filiere e della necessità di garantire accesso alle tecnologie.
Questo è il punto da presidiare: il fotovoltaico non è prodotto da un solo soggetto, né da una sola fabbrica.
Esiste una pluralità di imprese, anche italiane, che investono, innovano, brevettano e producono valore industriale.
Questo è esattamente il punto in cui si distingue una visione industriale da una visione puramente amministrativa.
Una visione industriale guarda alla filiera, alla competitività, alla sostenibilità economica degli investimenti.

Se le regole diventano troppo rigide, il rischio non è rafforzare il made in Europe: il rischio è impoverire la concorrenza, rallentare la diffusione della tecnologia, aumentare i costi degli investimenti e depotenziare la transizione.
Ed è qui che si vede la differenza tra una visione industriale e una visione amministrativa. Una visione industriale non si limita a classificare i requisiti.
Guarda alla filiera nel suo insieme, alla capacità produttiva, alla competizione internazionale, alla qualità dei brevetti, all’occupazione, alla sostenibilità economica degli investimenti.
Sul decreto fiscale diciamo dunque: bene i correttivi che vanno nella direzione del ripristino della fiducia e del sostegno agli investimenti; ma non è più sostenibile che le imprese debbano ogni volta rincorrere modifiche, chiarimenti, rettifiche e tavoli di emergenza per poter capire se le regole su cui hanno basato un investimento restano valide.
La competitività industriale ha bisogno di un quadro fiscale e regolatorio certo, leggibile e stabile.

Cosa chiediamo al Governo

Le imprese non chiedono trattamenti di favore.
Chiedono tre cose molto semplici: chiarezza, stabilità e coerenza regolatoria.
Chiedono che il costo dell’energia torni compatibile con la produzione in Italia.
Chiedono che gli strumenti di politica industriale siano realmente accessibili, e non costruiti in modo tale da scoraggiarne l’uso.
Chiedono che la transizione ecologica e digitale sia accompagnata da regole intelligenti, non da vincoli pensati senza misurarsi con la realtà delle filiere produttive.
Chiedono, in definitiva, che il Paese si ricordi che senza manifattura non c’è crescita, non c’è lavoro di qualità, non c’è export, non c’è coesione sociale.
Senza manifattura non esiste nemmeno il terziario: ricordiamo, infatti, che 1 persona occupata nella manifattura ne assicura 2 nel mondo dei servizi!

Il nodo della siderurgia

E, permettetemi anche se può sembrarVi fuori tema, senza ILVA, senza il suo acciaio primario, non può esserci una vera manifattura italiana.
Vi ricordo al proposito che coi forni elettrici si può fare qualunque tipo di acciaio tranne il “profondo stampaggio”, cioè l'acciaio che serve per fare le carrozzerie delle automobili.

Non si può fare coi forni elettrici perché nel rottame ci sono tanti elementi che induriscono l'acciaio e quindi lo rendono più resistente al colpo della pressa per la carrozzeria.
Su questo, quindi, Vi chiediamo di fare bene e fare in fretta!
Brescia, per ciò che rappresenta, è un osservatorio molto concreto di tutto questo.
Noi vediamo ogni giorno imprese che continuano a investire, che innovano, che tengono aperti mercati difficili, che difendono occupazione e competenze. Ma vediamo anche quanto sia diventato sottile il margine tra resistenza e arretramento.
Per questo chiediamo al Parlamento, in sede di conversione del decreto, di muoversi con una bussola precisa: tutelare l’affidamento delle imprese, evitare costi impropri aggiuntivi, accompagnare gli investimenti con strumenti credibili e stabili, e affrontare il tema dell’energia non soltanto come emergenza di prezzo, ma come questione centrale di politica industriale.
Il grido di dolore dell’industria non è una formula polemica.
È il segnale di un sistema produttivo che continua a fare il proprio dovere, ma che non può essere lasciato solo tra crisi internazionale, costi energetici non più sopportabili e vincoli comunitari disallineati dalla realtà.
Noi continueremo a fare la nostra parte.
Ma oggi, con rispetto istituzionale e con assoluta chiarezza, chiediamo che anche le Istituzioni facciano la loro: con tempi rapidi, con responsabilità, con visione, e soprattutto con piena consapevolezza del fatto che difendere l’industria italiana significa difendere una parte decisiva dell’interesse nazionale.
Vi ringrazio.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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