Economia

Stagionali, resta l’emergenza: nel Bresciano servono almeno 15mila addetti

Commercio e ristorazioni restano i settori più scoperti e rimane il nodo irrisolto dei contratti deboli e dei compensi: il punto sulla situazione
Antonio Borrelli
Un cameriere in estate
Un cameriere in estate

La caccia allo stagionale nel Bresciano quest’anno era cominciata con largo anticipo. Prima le vacanze pasquali, poi i ponti del 25 Aprile, del Primo Maggio e – in ultimo – del 2 giugno.  Ma con l’avvicinarsi della stagione estiva ci si è ben presto accorti che il 2026 sarebbe stato persino più complicato del 2025. Così lo spettro della crisi della domanda stagionale si è rivelato e oggi la ricerca di manodopera per il turismo bresciano arranca tanto nel comparto dell’ospitalità quanto in quello della ristorazione.

I numeri del fabbisogno

Nel Bresciano circa 400 alberghi su 700 sono stagionali e il fabbisogno di lavoratori a tempo determinato nelle strutture si aggira intorno alle 6.500 unità nel corso dell’intero anno. E se in montagna le strutture sono al 100% stagionali, sui laghi è l’80% a lavorare soprattutto a ridosso dell’estate.

Per il commercio e la ristorazione si cercano almeno altre 6mila figure professionali stagionali. E poi ci sono gli animatori, gli assistenti ai bagnanti e gli addetti agli stabilimenti balneari, le guide turistiche, gli operatori nei parchi divertimento. Secondo una stima nel 2026 la provincia di Brescia ha bisogno di almeno 15mila lavoratori stagionali (oltre la metà dei quali soltanto in estate), in aumento rispetto alle esigenze dello scorso anno.

A confermare l’alta stagionalità che caratterizza la provincia sono tutti i report sul mercato del lavoro: anche quest’anno 3 posizioni aperte su 4 nel Bresciano riguardano infatti contratti a termine e più della metà di queste assunzioni interessa under 30 e stranieri.

L’offerta di lavoro

Non è un caso che sulle piattaforme dedicate siano attualmente pubblicate oltre 1.000 offerte di lavoro che coprono il quadrimestre giugno-settembre in ogni località del Bresciano. Un numero considerevole, se si pensa che solo una parte della domanda stagionale finisce in questo percorso.

La maggior parte delle posizioni aperte – per i profili di cuoco, cameriere, barista, addetto alle pulizie, personale di sala e addetto alle vendite – sono sulla Riviera del Garda, sul lago d’Iseo, in Franciacorta e in Valle Sabbia. In queste settimane sono incandescenti i telefoni degli alberghi così come quelli delle agenzie per il lavoro, mentre nei ristoranti si punta soprattutto sul passaparola. Eppure le risposte sono spesso negative, a sancire una forbice sempre più ampia tra domanda e offerta. Perché se il fabbisogno cresce, la disponibilità continua a diminuire.

Un cartello per la ricerca di personale - Foto Marco Ortogni/Neg © www.giornaledibrescia.it
Un cartello per la ricerca di personale - Foto Marco Ortogni/Neg © www.giornaledibrescia.it

Motivi della crisi

I motivi? Svariati. Sono antropologici, sociali, sono l’effetto di un cambio di pelle dell’Italia ma sono anche e soprattutto legati alle condizioni di questi contratti deboli. Da anni i sindacati dipingono un quadro complesso, diviso tra diritti contrattuali teorici e una realtà di forte precarietà, spesso definita dalle sigle come una condizione di quasi assenza di protezione, specialmente in alcuni settori ad alto sfruttamento.

In provincia di Brescia esistono accordi sindacali specifici territoriali per regolamentare i contratti a tempo determinato nel settore del turismo e dei servizi, ma si tratta di misure a macchia di leopardo che non riescono ad arginare il clima di disillusione e preoccupazione da parte dei potenziali lavoratori. E nemmeno il Decreto Flussi è riuscito a mettere una pezza alla mancanza cronica di lavoro. Il Dpcm del 2 ottobre del 2025 prevede per quest’anno quasi 165mila ingressi, 88mila dei quali stagionali (sia nei settori dell’agricoltura che del turismo), ma i numeri di chi riesce ad entrare in Italia e ad ottenere un lavoro e un permesso di soggiorno sono ben lontani dalle quote necessarie. Basti pensare che nel 2023, a fronte di 38mila visti di ingresso, sono stati rilasciati solamente 9mila permessi di soggiorno per lavoro, appena il 7,5% delle 136 mila quote previste per quell’anno.

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