Economia

Rinnovo del contratto di lavoro: cresce l’attesa per 307mila bresciani

I timori e gli appelli di Cgil Cisl e Uil. Nella categoria del Commercio coinvolti circa 160mila dipendenti
Metalmeccanici, un fonditore al lavoro
Metalmeccanici, un fonditore al lavoro
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Cresce il costo della vita, ma gli stipendi restano drammaticamente al palo. Sono oltre 307mila i lavoratori bresciani in attesa di un rinnovo contrattuale, alcuni con contratti «vecchi» addirittura di quattro anni.

È il caso, ad esempio, dei lavoratori del Commercio, che vedono i quattro contratti di riferimento scaduti il 31 dicembre del 2019, in una partita che a Brescia coinvolge circa 160mila lavoratori se si considera che nella categoria sono inseriti tanto il commercio al dettaglio quanto quello all’ingrosso, i centri commerciali, i supermercati ed anche le imprese che vendono beni di vario genere (peraltro, Brescia come noto è la provincia italiana con la più alta densità commerciale, ragione che rende i numeri davvero importanti).

Pubblico impiego

Non meno complessa la partita che riguarda il pubblico impiego ed i servizi pubblici gestiti dai privati, entrambi con contratti collettivi scaduti. Qui i lavoratori coinvolti sono circa 44mila, di cui 18mila operativi nel pubblico impiego (12mila nella sanità pubblica, 4.500 nelle autonomie locali e 1.500 tra statali e parastatali), 5mila nella sanità privata e 21mila nel terzo settore (16mila delle cooperative sociali e i restanti operativi nelle Rsa): se il contratto del pubblico impiego è scaduto nel 2021, quello di sanità privata e terzo settore risale addirittura al 2019.

Ancora, resta al palo anche il rinnovo dei lavoratori atipici, precari e autonomi, in attesa da 18 mesi e con circa 25mila lavoratori coinvolti nella nostra provincia, mentre il contratto dell’industria alimentare, pure scaduto e non rinnovato, ne conta tra gli 8 e i 10mila. E se quello dei bancari ha visto il rinnovo a novembre scorso, con un aumento lordo di oltre 400 euro siglato sino alla fine del 2026, la situazione è decisamente meno rosea per i rinnovi relativi ai contratti del turismo (nel bresciano i lavoratori coinvolti sono circa 60mila), degli studi professionali (5mila), degli agenti di commercio (5mila circa) e dei «termali» (500 circa).

Metalmeccanici

È stato invece rinnovato nel 2021 quello del comparto delle pulizie, che pertanto risulta ancora attivo, mentre il 2024 vedrà partite importanti da giocare anche per le «famigerate» tute blu, nel Bresciano indicativamente poco più di 100mila.

Se infatti il contratto dell’industria metalmeccanica scadrà al 30 giugno del 2024 e quello della piccola e media industria metalmeccanica il 31 dicembre 2024, tra pochissimo (vale a dire il 29 gennaio) riprenderà la trattativa per il rinnovo di quello degli artigiani metalmeccanici, giunto a scadenza a 2022: nel dicembre scorso, infatti, è stato raggiunto un accordo ma solo parziale, con un incremento di 96 euro.

I tre segretari

Sindacati in piazza: da sinistra Pluda (Cisl), Bertoli (Cgil), Bailo (Uil) e Palombella (Uilm) - Foto Marco Ortogni/Neg © www.giornaledibrescia.it
Sindacati in piazza: da sinistra Pluda (Cisl), Bertoli (Cgil), Bailo (Uil) e Palombella (Uilm) - Foto Marco Ortogni/Neg © www.giornaledibrescia.it

«La preoccupazione è forte, non solo per i contratti scaduti ma anche per quelli in via di rinnovo, perché già sappiamo che alcuni non porteranno ai risultati sperati», commenta il segretario provinciale della Cgil, Francesco Bertoli, che sottolinea il «grande peso» che tutto questo comporta per i lavoratori sotto il profilo del mancato recupero del potere d’acquisto. «Se poi pensiamo che i lavoratori interessati da questi rinnovi sono tantissimi, ma non rappresentano la totalità, il quadro è ancora più nero», prosegue chiamando in causa anche il salario minino («ridurrebbe l’impatto della debolezza dei lavoratori») e la querelle sul cuneo fiscale. «Quello sul cuneo fiscale è un discorso un po’ malsano, perché ingenera confusione – tuona -: non è lo Stato che deve aumentare i salari ma l’azienda. Del resto - aggiunge - lo Stato è esso stesso datore di lavoro per altri contratti non rinnovati».

Sulla stessa lunghezza d’onda i colleghi confederali. «Negli ultimi 3 anni il carrello della spesa è cresciuto del 40% ed anche i rinnovi effettuati non ci arrivano vicini», rincara la dose Alberto Pluda, alla guida della Cisl di Brescia, per il quale l’Italia è «il Paese delle contraddizioni». «Prima di parlare di salario minimo e cuneo fiscale, bisognerebbe rinnovare i contratti alle scadenze - affonda -: non si capisce perché non si possa stabilire una norma che impone il rinnovo nei termini previsti, con delle sanzioni come penale».

Sui lavoratori che faticano ad arrivare a fine mese si sofferma anche Mario Bailo, segretario della Uil provinciale. «Il potere d’acquisto dei lavoratori grida vendetta, e le controparti scappano», sintetizza, indugiando sul fatto che oggi più che mai «i contratti vanno rinnovati con salario, e il salario lo devono mettere le associazioni di categoria. Questo - conclude - è il problema principale del nostro Paese: salari da 1.200 euro sono di mera sopravvivenza, e se consideriamo che l’80% del Pil lo produciamo per il consumo interno, comprendiamo come, senza soldi da spendere, il rischio è che prima o poi salti tutto».  // 

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