In 15 anni a Brescia sono raddoppiati i lavoratori in «somministrazione»

Cresce il lavoro in somministrazione, ma non è tutto oro quel che luccica. Se negli ultimi 15 anni i lavoratori assunti con questo tipo di contratto sono infatti letteralmente raddoppiati, in Italia come nel Bresciano, il quadro che emerge dall’analisi effettuata dal Nidil Cgil in occasione dell’incontro organizzato al Centro Paolo VI è a luci e ombre, e parla innegabilmente di lavoratori di serie A e di serie B.
I dati bresciani
Numeri alla mano, nella nostra provincia i lavoratori in somministrazione o ex interinali (vale a dire assunti, a tempo indeterminato o determinato, da una agenzia per il lavoro che li mette poi a disposizione di una azienda utilizzatrice) sono passati dai poco meno di 10mila del 2010 (9.397) ai quasi 20mila del 2024 (19.255), ultimo dato disponibile nella rilevazione del Nidil bresciano. Non dissimile lo spaccato nazionale, con i 252.272 lavoratori in somministrazione del 2010 schizzati ai ben 514.171 del 2024.
I picchi più alti si sono riscontrati negli anni della pandemia (nel Bresciano i somministrati hanno superato i 23mila), ma da allora non sono più «rientrati» ai livelli prepandemici, per usare le parole del segretario provinciale del Nidil, Francesca Butturini, a testimonianza del fatto che «l’uso di personale in somministrazione si è consolidato notevolmente, anche e soprattutto nel comparto manifatturiero, complici una serie di normative che ne hanno liberalizzato l’applicazione».
Ed infatti nel Bresciano la maggior parte di coloro che hanno contratti di somministrazione lavora nell’industria manifatturiera, dai metalli alla meccanica sino a gomma e alimentare, passando pure per comparti come informatica e servizi alle imprese.
La ricerca
Più ampio lo sguardo dell’indagine nazionale condotta da Nidil Cgil e dal Dipartimento di Studi politici e sociali dell’Università di Salerno e illustrata da Guido Cavalca e Davide Bubbico dell’ateneo campano. Il report, basato su un campione di oltre 2.600 lavoratori somministrati, offre uno spaccato sul settore.
La maggior parte degli intervistati si è detta soddisfatta delle condizioni di lavoro e del rapporto con le agenzie e le imprese utilizzatrici. Il 15% segnala però disuguaglianze rispetto ai dipendenti diretti, soprattutto su retribuzione, diritti contrattuali e trattamento generale. Tra le aree più critiche, le discriminazioni e molestie sul luogo di lavoro (il 10% degli intervistati ha dichiarato di aver subito molestie, il 21% ha sperimentato discriminazioni, soprattutto donne e lavoratori stranieri), la sicurezza (il 10% percepisce un rischio maggiore rispetto ai dipendenti diretti e l’8% ha subito infortuni) e la formazione: sebbene questa sia considerata di buona qualità, spesso viene erogata in ritardo.
Ma il dato più significativo riguarda il desiderio di stabilizzazione: l’82% degli intervistati vorrebbe essere assunto direttamente dall’azienda utilizzatrice.
I commenti
«Questo evidenzia un forte bisogno di sicurezza occupazionale, soprattutto tra i lavoratori più maturi e con carichi familiari», commenta il segretario nazionale del Nidil Cgil Davide Franceschin, che sottolinea come punti dolenti siano anche la conoscenza limitata del Ccnl e della rappresentanza sindacale, spia della percezione di una minore tutela rispetto ai dipendenti diretti nonché limitazione alla capacità di far valere i propri diritti.
«L’indagine ci fornisce un termometro sulla contrattazione e sulla legalità, ma l’importante è che non ci si fermi qui» affonda il segretario generale della Camera del Lavoro bresciana Francesco Bertoli, per il quale è fondamentale «assumere l’elemento di precarietà che emerge e gestirlo. Perché la precarietà è un piano inclinato, e oramai la stragrande maggioranza delle assunzioni parla di uno schema che va sempre meno verso il contratto collettivo e sempre più verso un contratto uno a uno che usa anche il fisco come leva».
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