È probabile che gli allevatori di bestiame abbiano convissuto con il virus Shamonda dei bovini per decenni, senza problemi evidenti. Da qualche giorno invece questa presenza, accertata anche in alcune stalle bresciane della Bassa, ha iniziato a preoccupare. Ad alzare il livello di attenzione delle autorità sanitarie è stato il decesso, il 22 ottobre scorso, di un uomo francese per infezione da virus Shamonda, primo caso documentato di morte per questa causa. Una ventina di giorni fa lo stesso virus è stato scoperto e isolato (cioè separato dall'organismo di provenienza per poterlo studiare in laboratorio) per la prima volta anche in una stalla bresciana, in pianura, secondo caso in Italia dopo quello di Trento.
Ad accertarne la presenza sono stati gli operatori dell'Istituto zooprofilattico sperimentale cittadino di via Antonio Bianchi. Insospettiti dalla «sintomatologia strana di un bovino», lo hanno analizzato e fatto la scoperta. Come spiegato dal direttore generale dell’Istituto zooprofilattico sperimentale della Lombardia e dell’Emilia Romagna Giorgio Varisco «stiamo parlando di un virus molto diffuso ma che per quanto accertato non ha mai contagiato alcun allevatore, perché il contagio tra l'uomo e il micro-organismo non avviene direttamente ma solo attraverso la puntura di un insetto, in particolare i Culicoides, vale a dire moscerini. Non c'è ragione di parlare di emergenza ma certamente va alzato il livello di attenzione per tenere la situazione sotto controllo».
In Francia
Per quanto riguarda il primo caso di infezione umana, con il paziente morto in Francia a inizio ottobre, le autorità transalpine hanno riferito che l'uomo si trovava in condizioni gravemente immunodepresse. Le complicanze neurologiche osservate prima del decesso sarebbero state verosimilmente associate all’infezione, ma sono ancora in corso gli approfondimenti per chiarire il ruolo del virus nel quadro clinico. L’ipotesi è che il contagio sia avvenuto attraverso la puntura di un Culicoides infetto, anche se le modalità di trasmissione devono essere verificate. Al momento le autorità francesi e l'Ecdc non avrebbero rilevato evidenze di trasmissione da persona a persona, né elementi che indichino un rischio per la popolazione generale. Del virus Shamonda si sa che è stato identificato per la prima volta in Nigeria negli anni Sessanta, e poi segnalato sporadicamente in diverse aree dell'Africa e del Giappone.
Nell’estate del 2026 è stato identificato per la prima volta anche in Europa, con rilevamenti in Germania, Francia, Svizzera, Paesi Bassi, Belgio, Liechtenstein e Austria. In settembre la presenza è stata ufficializzata anche in Italia, con casi in allevamenti bovini delle province autonome di Trento e Bolzano, e poi di Brescia, Sondrio, Como, Varese e Salerno, dove è stato riscontrato anche in allevamenti bufalini.
Cosa comporta
Nei bovini l’infezione può manifestarsi con febbre, diarrea, una marcata riduzione della produzione di latte e episodi associati ad aborti. Negli equini invece si sono osservate manifestazioni cliniche anche gravi a carico del sistema nervoso. Con queste premesse è facile capire come la presenza del virus negli allevamenti richieda attenzione sul piano veterinario, con il monitoraggio della situazione epidemiologica e il coordinamento tra autorità competenti.



