Per capire come si sta muovendo il mondo dell’energia bisogna partire dalla Bassa bresciana. Perché è a Orzinuovi che Angelo Baronchelli sta costruendo le centrali elettriche che alimenteranno i data center dell’intelligenza artificiale americana. Un tempo erano le acciaierie a chiedere energia senza limiti; oggi ci sono anche gli impianti moderni che stanno sorgendo nel Nord America.
E così la storia industriale del gruppo AB – nata dallo sviluppo dei sistemi di cogenerazione e cresciuta quando il biogas sembrava ancora una scommessa da pionieri – incrocia la nuova fame mondiale di energia.
La centrale elettrica costruita in soli due anni
L’ultima commessa vale 200 milioni di euro: una centrale da quasi 250 megawatt complessivi da realizzare in soli due anni. Tempi da record. Le macchine di cogenerazione (75 gruppi di cogenerazione, ciascuno di 3.33 MW) nasceranno nel nuovo stabilimento che sta sorgendo tra Orzinuovi e Orzivecchi, nell’area dove un tempo c’era la discoteca Kaluà.
L’investimento è imponente: 25 milioni di euro per una fabbrica concepita per produrre macchine modulari dedicate alla produzione di energia per i data center.
Nascita e crescita
Figlio di agricoltori di Orzinuovi, diplomato elettrotecnico a Cremona, Angelo Baronchelli diventa imprenditore giovanissimo, appena ventunenne. Nel 1981 avvia un’attività di impianti elettrici e automazione per il settore agricolo-zootecnico. Non aveva capitali.
Aveva però una convinzione ostinata: fare le cose meglio degli altri.
Oggi il gruppo – presieduto dalla moglie Graziella – conta 25 filiali, oltre 1.500 dipendenti e un fatturato consolidato superiore al mezzo miliardo di euro, con tassi di crescita vicini al 20% annuo.

Come nasce la sua passione per l’elettrotecnica e quando ha capito che sarebbe diventata il suo lavoro?
«Avevo cinque anni e lo ricordo come fosse oggi, mio zio mi disse: “Tu da grande devi fare l’elettricista”. Da quel giorno non ho più cambiato idea. Quindi ho studiato da elettrotecnico a Cremona e dopo il militare ho iniziato l’attività di impianti elettrici, innovando mettendoci automazione».
Lei è diventato imprenditore molto giovane. Come ha mosso i primi passi e quali sono stati i primi clienti della sua attività?
«Mi rivolgevo agli allevamenti di bovini e suini ed i mangifici della Bassa. Dal punto di vista elettrico queste realtà sono a tutti effetti delle industrie, l’impianto deve funzionare sempre, giorno e notte, sabato e domenica. I clienti mi dicevano: “Angelo, ma tu fai prima il progetto?” Certo, rispondevo. Prima bisogna capire cosa serve davvero. Sembra normale oggi. Non lo era quarant’anni fa nelle campagne della Bassa, nelle stalle e nei mangimifici molti improvvisavano ancora impianti a occhio. Ma soprattutto era essenziale la presenza: gli allevatori mi chiamavano di notte, a Natale, a Pasqua. Sono nato in campagna, per me era naturale essere sempre a disposizione. Se c’è un problema con gli animali bisogna intervenire subito, non ci sono sabati e domeniche. Ci sei e basta».
In quegli anni il rapporto con i clienti era basato soprattutto sulla fiducia e sulla presenza costante sul territorio. È stato questo uno degli elementi distintivi che hanno segnato anche la crescita di AB?
«Nei primi anni Novanta, quando la liberalizzazione del mercato energetico cambia le regole del gioco. Le aziende iniziano a capire che possono prodursi energia da sole. Purché lo facciano in modo efficiente. Il principio è semplice e rivoluzionario insieme. Con un solo impianto di cogenerazione si produce energia elettrica e si recupera il calore che altrimenti andrebbe disperso. Il primo impianto di cogenerazione lo installammo alla fornace Danesi di Soncino: producevano elettricità per alimentare i macchinari e usavano l’energia termica per essiccare i mattoni. Un esempio perfetto di applicazione del sistema di cogenerazione».
Negli anni Novanta un passaggio decisivo fu l’accordo con la società austriaca Jenbacher, leader mondiale nei motori per cogenerazione. Come nacque quella collaborazione?
«È una società leader mondiale dei motori per cogenerazione, cominciammo a collaborare con loro. Ci dissero: noi facciamo i motori, l’integrazione con l’impiantistica la devi fare tu. All’epoca l’azienda a Orzinuovi contava solo una ventina di dipendenti: non so se fosse più coraggio o inconsapevolezza, ma dissi, “sì lo possiamo fare”. Con quell’accordo abbiamo portato motori e cogenerazione in quasi tutte le discariche italiane».
Come è avvenuto il passaggio da fornitore conto terzi a imprenditore con un proprio marchio e un rapporto diretto con il mercato?
«Con la nascita del marchio AB Energy. Pensai: se domani cambia l’amministratore delegato della società austriaca, o più semplicemente decide che non gli piaccio più, cosa facciamo? Dovevo costruire qualcosa di mio. Sapevo che era una scelta rischiosa, ma fondamentale. Fui franco agli austriaci dissi loro: facciamo il contrario, vado io a vendere sul mercato, voi mi date semplicemente i motori. Io faccio il contratto direttamente con il cliente ed organizzo tutte le attività conseguenti. Accettarono».
Da quel momento AB ha accelerato anche sul fronte internazionale. Quando avete deciso di guardare oltre il mercato italiano e con quale strategia?
«L’azienda cresceva molto bene, ma abbiamo iniziato a ragionare sul fatto che i mercati possono essere ciclici. Iniziammo a guardare fuori dall’Italia. Iniziammo dalla Spagna, dove avevamo partecipato con successo ad alcune fiere, poi in Polonia. Oggi siamo presenti con filiali in 25 Paesi, dall’Europa al Nord America, dal Brasile all’Australia. Non si tratta solo di filiali commerciali: sul posto abbiamo ingegneri, progettisti che connettono le macchine allo stabilimento in modo efficiente. All’estero viene replicato il modello italiano di AB».
Oggi uno dei grandi temi è l’energia richiesta dai data center e dall’intelligenza artificiale. Quanto pesa questo nuovo mercato nella strategia futura di AB?
«Oggi c’è anche questa soluzione di business che si aggiunge a tutte le altre costruite nel corso di questi anni. I data center dell’intelligenza artificiale divorano energia. Google, Microsoft, Meta, Amazon stanno costruendo infrastrutture gigantesche. E serve qualcuno capace di realizzare sistemi di produzione elettrica affidabili, rapidi, efficienti. AB ha colto questa opportunità senza tradire la propria identità industriale. Ma non voglio che i data center ci distraggano da ciò che siamo. Sono un’opportunità importante, ma il nostro patrimonio sono i migliaia di clienti costruiti in quarantacinque anni di storia imprenditoriale».
Il nuovo stabilimento di Orzinuovi rappresenta un investimento strategico importante. Come sarà organizzato e quale modello produttivo immaginate per il futuro?
«Il nuovo stabilimento di Orzinuovi sarà dedicato a una produzione quasi seriale: grandi cogeneratori da 3.500 kilowatt, standardizzati per il mercato americano. Nel sito potremo produrre quasi una macchina al giorno. Un ritmo industriale nuovo anche per AB. Ma nell’epoca dell’intelligenza artificiale, preferisco parlare di human intelligence. La tecnologia è uno strumento. Ma servono uomini capaci di darle senso. Noi li abbiamo».
Negli ultimi anni molte imprese industriali hanno aperto il capitale a fondi o alla Borsa. Per AB questa prospettiva è mai stata presa in considerazione?
«Vogliamo restare un’impresa familiare, i miei figli Chiara e Daniele sono a diverso modo impegnati nel gruppo. All’orizzonte non c’è nessuna tentazione di quotazione in Borsa e nessun fondo internazionale. Se vogliamo che AB resti un’azienda del territorio, ci vuole una famiglia che la porti avanti».




