L’agroalimentare punta su innovazione, sostenibilità ed export

L’export italiano del settore agroalimentare è cresciuto anche nel 2024 del 7,5%, superando i 69 miliardi di euro (di cui il 13,4% di prodotti agricoli): ad aumentare maggiormente, del 7,9%, è la parte industriale.
Il saldo commerciale è positivo di circa un miliardo (nel 2022 era negativo dello stesso importo) e sta migliorando nel tempo (fonte Ismea) ma al suo interno si osservano due andamenti profondamente diversi. Da una parte i prodotti agricoli che presentano un deficit commerciale in crescita; dall’altra la parte industriale che, in forte progresso, riesce a compensare il precedente valore negativo. I maggiori partner commerciali si confermano Germania, Francia, Stati Uniti, Regno Unito e Spagna, con altri Paesi europei che assumono progressivo interesse. Il ruolo degli Stati Uniti è certamente importante e l’imposizione dei dazi potrebbe limitare il mercato: tuttavia, considerando l’alta qualità media dei nostri prodotti, l’impatto dovrebbe essere contenuto.
L’Ue assorbe ben il 57,5% dei prodotti agroalimentari esportati: fuori dai confini comunitari va segnalato il Giappone con 1,9 miliardi ma con una forte crescita (13%) mentre ancora residuale è la Cina con appena 0,63 miliardi anche se in salita del 12% (fonte Coldiretti).
Aumenta dell’1,8% rispetto al 2023 anche la produzione dell’industria alimentare, a fronte di una riduzione di quella media del manifatturiero.
Crescono fatturato e redditività
Le imprese bresciane, che appartengono a diversi cluster di attività, nel 2024 riescono ad aumentare il fatturato del 4,8%, dopo l’avanzamento appena superiore (5,7%) dello scorso anno, portando con sé una crescita più che proporzionale dell’Ebit. Il 55% delle imprese presenta un segno positivo, di cui la gran parte migliora anche il reddito operativo.
Approfondendo la gestione caratteristica, si osserva inizialmente una positiva evoluzione del valore aggiunto nel triennio, che incide sul fatturato per il 16,5%, due punti percentuali in più rispetto al 2022. L’effetto sull’Ebitda (margine operativo lordo) è simile seppur meno marcato, in quanto il rapporto con le vendite sale all’8,4% dopo l’8% del precedente anno. Anche se il valore non è elevato, si tratta di un importante segnale di tenuta. Il minore avanzamento è attribuibile al maggiore costo del lavoro (dal 7,6% all’8,2% nel triennio), mentre gli ammortamenti, in termini relativi, non presentano variazioni.
In definitiva si vede una leggera crescita, come testimoniato dagli indici di redditività: il Roi, che misura il ritorno complessivo degli investimenti aziendali, è pari al 7,8%, in progresso rispetto al 6,8% del precedente anno. Questo miglioramento è riconducibile alla marginalità delle vendite che varia in misura analoga: il Ros, infatti, raggiunge il 5,6%, il dato maggiore del triennio, due punti percentuali in più rispetto al 2022. L’altra determinante, cioè la rotazione del capitale investito, che misura l’efficienza finanziaria nell’utilizzo degli investimenti (rapporto tra fatturato e capitale investito), è rimasta invariata.
Ponendo l’attenzione sull’ultima riga del conto economico, si esamina il Roe, che esprime il ritorno per i soci: progredisce più degli altri, a differenza della stabilità dello scorso anno, passando dall’8,5% del 2022 al 10,6% del 2024. Guardando inoltre l’incidenza del reddito netto sul fatturato, l’aumento è inferiore, raggiungendo il 3,1%. Quattro imprese, come lo scorso anno, chiudono in perdita, tre a causa di un risultato operativo insoddisfacente.
La solidità è, nel complesso, invariata: il rapporto di indebitamento è ai valori minori del triennio, così come la sostenibilità economica del debito che, dopo il forte aumento dello scorso anno si stabilizza, anche grazie all’invarianza del costo del denaro: il tasso di incidenza degli oneri finanziari sull’Ebitda è pari all’11,1%. Rimane buono il livello di capitalizzazione, con l’equilibrata relazione tra durata degli investimenti e dei finanziamenti: i mezzi propri riescono a coprire totalmente le immobilizzazioni, cioè gli investimenti duraturi, sull’intero triennio.
Investire in tecnologia e sostenibilità
In sintesi, il 2024 ha permesso un ulteriore progresso della situazione economica complessiva, con i valori maggiori del triennio per la redditività e il mantenimento di un più che soddisfacente grado di solidità, con livelli di rischiosità finanziaria in leggero calo.
Al fine del rafforzamento ulteriore del settore, è necessario accrescere gli investimenti in innovazione tecnologica, in quanto l’Italia è in una posizione di retroguardia su tale punto rispetto ad altri Paesi europei, valorizzando anche le start-up e sviluppando percorsi condivisi di ricerca con le università e le altre istituzioni.
Richiamando i prodotti premium, cioè quelli a maggiore valore aggiunto, va ricordato che l’Italia è leader in Europa per numero di Indicazioni geografiche, con 891 tra Dop, Igp e Stg, oltre un quarto del totale Ue. Inutile dire dell’importanza strategica di tali prodotti che permettono, unitamente alla dimensione economica, di valorizzare, anche a livello turistico e culturale, i territori in cui sono ottenuti.
Oltre all’innovazione, già richiamata, un’altra sfida fondamentale del settore, in parte legata alla precedente, riguarda la sostenibilità, accompagnata a politiche di economia circolare. A questa si affianca l’export, che deve essere ulteriormente valorizzato, perché le spinte di altri Paesi sono sempre più evidenti. Infine, un tema molto critico riguarda le abitudini di consumo: alcune sono mode, altre possono generare cambiamenti duraturi. Solo per fare un semplice esempio molto recente, basti pensare alla travolgente crescita del kefir a scapito dello yogurt.
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