Solo una impresa su tre supera il primo passaggio generazionale. Dopo il secondo, resistono appena il 15%. È da qui, da un ricambio che rappresenta insieme il momento più delicato e quello più decisivo nella vita di un’azienda, che la Piccola Industria di Confindustria Brescia ha scelto di partire per la sua assemblea annuale.
Alla Rocca di Lonato il tema è diventato il filo conduttore dell’incontro «Generazioni d’Impresa», accompagnato dalla presentazione della ricerca «Le Pmi bresciane alla prova del passaggio generazionale», realizzata dal Centro Studi di Confindustria Brescia su un campione di 127 aziende, pari a oltre 4.200 addetti.
Governance anziana
La fotografia delle circa 900 imprese della Piccola Industria bresciana racconta una governance sempre più anziana. Negli ultimi venticinque anni la quota di titolari, soci e amministratori tra i 30 e i 50 anni è scesa dal 55% al 34%, mentre quella degli over 50 è salita dal 35% al 62%. Oggi l’età media dei 2.200 amministratori è di 58 anni, gli under 40 rappresentano appena il 9%, quasi uno su cinque ha superato i 70 anni e nell’82% delle aziende l’età media della governance supera i 50 anni. Ancora limitata la presenza femminile, pari al 23%, anche se cresce tra le generazioni più giovani.
«Le aziende diventano grandi quando sopravvivono ai propri fondatori», osserva Barbara Ulcelli, presidente della Piccola Industria di Confindustria Brescia. «Il passaggio generazionale non riguarda soltanto il trasferimento di quote societarie o responsabilità, ma la continuità di un progetto imprenditoriale».
Un percorso che richiede tempo, dialogo e capacità di ascolto. «Le nostre aziende non sono solo organizzazioni economiche – sottolinea –, ma storie costruite da persone che hanno scelto di assumersi un rischio». Il vero passaggio, aggiunge, consiste nel trasmettere una cultura imprenditoriale, lasciando ai giovani la libertà di costruire il domani senza disperdere il patrimonio di esperienza accumulato.
Lo studio
La ricerca distingue le imprese che hanno già affrontato il ricambio da quelle che dovranno farlo entro i prossimi cinque anni. In entrambi i casi la motivazione principale resta la stessa: garantire continuità e stabilità all’azienda, mentre gli aspetti di natura familiare passano in secondo piano. Cresce invece il ricorso a consulenti specializzati, professionisti e percorsi di coaching, segno che il passaggio generazionale viene affrontato con strumenti sempre più strutturati e con una pianificazione di lungo periodo.
«Il benessere dell’impresa è la stella polare che guida questo percorso», spiega Davide Fedreghini del Centro Studi. Il senso di appartenenza alla famiglia, da solo, non basta più. Tra le imprese che hanno già completato il passaggio pesano soprattutto competenza e visione strategica; tra quelle che si preparano ad affrontarlo acquistano valore anche leadership, capacità relazionali e attitudine a guidare i team. Un approccio che conferma il pragmatismo che da sempre caratterizza il sistema produttivo bresciano.
Se il ricambio rappresenta un momento di discontinuità e inevitabile incertezza, i risultati raccontano anche un’altra faccia della medaglia. Tra le aziende che hanno già concluso il percorso soltanto l’8% non ha registrato cambiamenti significativi. Tutte le altre indicano benefici concreti: rinnovamento strategico, apertura a nuovi mercati, introduzione di tecnologie e processi innovativi, oltre a un rafforzamento dell’organizzazione interna.
Uno scenario che riguarda da vicino anche il sistema produttivo italiano. «Nei prossimi dieci anni circa un terzo delle imprese familiari sarà chiamato ad affrontare il ricambio generazionale – osserva Fausto Bianchi, presidente nazionale della Piccola Industria di Confindustria –. Serviranno imprese più patrimonializzate, governance più strutturate e strumenti capaci di accompagnare questo percorso. Se pianificato con metodo, il ricambio può diventare un acceleratore di innovazione e rafforzamento competitivo».



