Tra il 2010 e il 2011 scoppia, nel cuore dell’Unione Europea appena «maggiorenne», una crisi che influenzerà i paesi più indebitati e meno finanziariamente stabili: Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda e Italia. L’allora ministro delle finanze Giulio Tremonti (Governo Berlusconi IV) cercherà di difendere la posizione italiana sottolineando che l’elevato ammontare del debito pubblico (nel 2011 al 119% del Pil) sì sarebbe dovuto interpretare alla luce del molto più lusinghiero dato sul debito delle famiglie italiane.
Fino alla crisi del 2008, vediamo che il rapporto debito/Pil per le famiglie italiane era il più basso tra i quattro grandi dell’Ue (Germania, Francia, Italia e Spagna). Nonostante in Europa non avvenga nessuna insolvenza tra i Paesi coinvolti nella crisi, la Grecia va talmente vicina a questo pericolo che i Paesi più affidabili (Germania) iniziano a pagare sul loro debito tassi di interesse negativi a partire dal 2014.
In altri termini, gli investitori sono disposti a rinunciare a parte del loro denaro pur di saperlo al sicuro. Persino l’Italia arriverà a pagare tassi negativi, anche se solo per periodi limitati e su scadenze molto brevi. In questo contesto gli investimenti finanziari seguono due strade: rimanere «parcheggiati» sui conti correnti o indirizzati verso azioni e materie prime che promettono rendimenti medi elevati, seppure molto incerti; tra il 2014 e il 2020, così, arrivano sui mercati finanziari nuovi investitori che, prima, ne erano rimasti alla larga.
La pandemia ha cambiato tutto
Arriviamo al 2020, quando scoppia la crisi pandemica che cambia le nostre abitudini di vita e lavoro. Le nuove tecnologie pervadono la vita quotidiana. Le quotazioni delle società che operano su internet aumentano prodigiosamente offrendo, così, una nuova possibilità di investimento. L’attacco russo all’Ucraina del febbraio 2022 apre un nuovo fronte di crisi sui mercati energetici: i prezzi del gas e del petrolio aumentano come non si sperimentava più da anni. Per rispondere all’aumento dell’inflazione, le banche centrali alzano i tassi di interesse di riferimento che, in Europa, erano ancora negativi.
Questa manovra rende più appetibili, per le famiglie, i titoli di Stato che, tuttavia, non soppiantano del tutto le azioni perché, nel frattempo, si è accresciuto enormemente il settore tecnologico legato all’AI che drena risparmi promettendo rendimenti eccezionali.
Cosa accadrà
Questo è quanto accaduto nell’ultimo ventennio. Sul futuro possiamo tentare un’analisi di scenario. Uno scenario possibile è quello di un contesto internazionale che trova un suo equilibrio e nel quale la tecnologia vincerà le sfide del futuro. In questo scenario gli attuali investimenti sono i migliori.
Lo scenario opposto vede una crescente incertezza e il venire meno della fiducia sul futuro della tecnologia causando, magari, lo scoppio di una bolla finanziaria. In questo caso gli attuali portafogli potrebbero essere troppo esposti al rischio. L’esercizio più difficile, nel quale non mi avventuro, sarebbe quello di attribuire una probabilità a questi scenari e, ovviamente, a tutti quelli intermedi. Comunque vadano le cose, il futuro sarà sicuramente «interessante».



