Economia

«Brescia mi stava stretta, a 19 anni sono partita per Londra»

Giulia Pedretti, tra i Top 30 «under 30» di Forbes Europe ripercorre la sua (breve) storia di indiscutibile successo
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BRESCIANA UNDER30 SU FORBES
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Giulia Pedretti ha da poco compiuto 26 anni. A dispetto di chi predilige le donne-lavoratrici che hanno superato gli «anta», in pochi giorni, da quando la rivista economica Forbes l’ha inserita nella classifica dei «30 under 30» più influenti d’Europa, ha ricevuto numerose offerte di lavoro. «Progetti molto interessanti, che ora valuterò» ammette la giovane bresciana a capo di Arteak, società con sede a Londra e che si occupa di consulenza e formazione in materia di salute e sicurezza sul lavoro, in particolare nei settori Oil&gas, energetico, chimico, edile farmaceutico e dei trasporti.

«Una sorpresa»

«Il riconoscimento di Forbes è stato una sorpresa - racconta -: tempo fa mi ero iscritta a questa sorta di concorso sul loro sito, ma con il passare delle settimane mi ero convinta che mettermi in competizione con altri coetanei su scala europea non fosse stata una scelta lungimirante. Immaginavo che avrei avuto più chance a livello nazionale».

Invece?

«Invece ... è andata molto bene. E ora ho la possibilità di far conoscere meglio il nome di Arteak e di promuovere una nuova cultura della sicurezza, che ad esempio in Italia manca ancora».

Prima di andare oltre, riavvolgiamo il nastro della sua storia: perché Arteak ha sede a Londra e non a Brescia?

«A 19 anni, dopo il diploma al Don Bosco, mi sono trasferita a Londra: era il 2015, Brescia mi stava stretta e ho sentito il bisogno di andarmene. Nel Regno Unito mi sono iscritta a un corso triennale in Business administration global alla Regent’s University e poi il mio percorso si è incrociato con quello della Arteak, che allora aveva solo due dipendenti e il suo core business era principalmente la commercializzazione di Dpi, i dispositivi di protezione individuale».

Senza offesa: che interesse può suscitare un’attività del genere a una ventenne?

Giulia sorride: «Arteak era una sorta di competitor di mio padre, che a Cazzago San Martino ha un’azienda, la Safe, specializzata appunto nella produzione e vendita di Dpi».

Ecco, ora è tutto più chiaro: lei è rimasta nel business di famiglia.

«Sì, il settore è sempre lo stesso. Ma Arteak aveva già allora qualcosa in più: oltre al prodotto offriva dei servizi, e nell’ambito della sicurezza il servizio è un "plus"»

E lei come ha sviluppato questo fatidico «plusvalore»?

«Nel 2018 ho investito e sono entrata in Arteak , il nostro principale obiettivo è salvare vite umane con la prevenzione dei rischi attraverso una formazione teorica e pratica sul campo, ma soprattutto una formazione etica».

Torniamo così a quella nuova cultura della sicurezza di cui parlava all’inizio e che manca all’Italia?

«Esatto. Nel mondo operiamo con gruppi di imprese molto grandi, come ad esempio Shell, che pur attuando un concreto piano strategico volto a incrementare la sicurezza sul lavoro ci chiede un supporto per migliorare ulteriormente le loro perfermance in questo campo. Dopotutto un’impresa sicura, agli occhi del mercato e degli investitori, è più affidabile e quindi vale di più».

Che rapporto c’è tra Arteak e Safe?

«Sono due realtà separate. Ammetto che mi confronto spesso con mio padre e i suoi consigli per me valgono molto, ma Arteak va da sola per la sua strada così come fa Safe».

Oggi peraltro Arteak non conta più solo due dipendenti

«No, oggi abbiamo una forza lavoro di 80 addetti provenienti da 19 Paesi diversi e che parlano quattordici lingue. Abbiamo inoltre filiali in tutto il mondo (anche a Brescia, in via della Volta) e clienti internazionali come l’indonesiana Csts e la spagnola Idesa».

Una «piccola» realtà com’era la vostra come ha fatto a farsi aprire le porte da una «big» come Shell?

«Realtà come Shell vivono di "tender": operano "a gara". Il mercato, a volte, riconosce più opportunità a un’azienda competente, giovane e flessibile come la nostra rispetto a realtà più consolidate».

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Va anche detto che durante il primo lockdown volto a limitare l’emergenza Covid avete sviluppato un nuovo sistema di sicurezza che sul mercato vi ha fatto fare la differenza.

«I nostri tecnici erano abituati a spostarsi in ogni angolo del mondo, ma la pandemia ci costringeva a severe restrizioni. Il progetto Smart, che avevamo già nel cassetto, nasce da qui».

In cosa consiste?

«Attraverso la realtà aumentata oggi portiamo i nostri servizi in ogni dove. Per farle un esempio, l’operatore di Shell si mette in testa uno speciale caschetto connesso con i nostri esperti di sicurezza, che da remoto danno le indicazioni a chi è sul posto. In alternativa un tecnico junior presente sul posto può confrontarsi con un collega senior dall’altra parte del mondo sul modo di operare, cosa controllare, come muoversi in quella particolare situazione. Il tutto potendo mandare immagini, video, report in tempo reale e parlare direttamente con il cliente o il responsabile della sicurezza di quel particolare sito di lavoro. Anche in questo modo perseguiamo il nostro obiiettivo: salvare vite umane perseguendo il "goal zero": zero incidenti mortali».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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