Bct, la falegnameria ha le commesse ma non il personale

Quella della Bct, unica falegnameria di Ghedi, è la storia di un’azienda familiare: un’eccellenza che ha vinto le sfide del mercato. Superati gli anni bui («Nel 2009/2010 non è stato facile: si viveva alla giornata…»), oggi la Bct potrebbe crescere non poco perché, lavorando molto bene, ha un sacco di commesse, anche da altre province e regioni. Però è costretta a rifiutarle, perché non riesce a trovare personale adeguato.
La storia
Nata nel 1981 in un capannoncino di via Gandine, la Bct, specializzata in porte e infissi, deve il suo nome ai tre soci che la tengono a battesimo: Umberto Bonazzoli, Marino Calabria ed Erminio Treccani.
Nel ‘90 al timone rimane il solo Bonazzoli, al quale si aggiungono i 3 figli: Roberta, Massimo e Giorgio. L’azienda si trasferisce in zona industriale, dove, per questioni anagrafiche, Umberto lascia spazio alle nuove generazioni. Lui è sempre lì: traffica qua e là, dà consigli, ascolta i clienti… Ma oramai tutto è nelle mani dei figli.
Poi arriva il Covid, che si porta via Umberto. Una grave perdita, che però non influisce sull’azienda: il padre aveva seminato bene, insegnando ai figli tutti i segreti del mestiere; e loro sono giovani, hanno voglia di lavorare e, soprattutto, la giusta mentalità. Ora, però, hanno un problema.
Il nodo personale
«Non troviamo personale specializzato per evadere le commesse - spiega Roberta -. Oltre a noi tre, quando c’era mio padre avevamo sei operai, che poi sono diventati quattro, ora due… Li abbiamo cercati e li cerchiamo tutt’ora, ma invano. Questa situazione ci costringe a non accettare molte commesse: oggi, col lavoro siamo full fino a dicembre. Tutti i giorni riceviamo proposte, alla quali diamo sempre la stessa risposta: no».
Dunque, un glorioso passato e un solido presente. A preoccupare, semmai, è il futuro. Anche se è un’eccellenza, con prodotti di grande qualità che vanno via come il pane, la Bct è pur sempre un’azienda familiare, che giustamente punta sugli eredi. Insomma: per quanto siano giovanili e scattanti, Roberta, Massimo e Giorgio guardano ai figli, che però hanno altro per la testa.
Terza generazione
«Ognuno di noi tre fratelli - continua Roberta - ha due figli. Dei sei potenziali eredi, non ce n’è uno interessato all’azienda. Una insegna, l’altra ha una passione smisurata per la terra e lavora nell’azienda agricola col padre; poi c’è chi studia, chi ama la meccanica e chi fa altro, come Federico, il figlio di Massimo, che gioca a calcio».
Federico è un vero talento. Dopo aver esordito a 16 anni nella squadra dell’Inter, ha giocato nella Sampdoria, nel Brescia, nel Torino, ora nella Salernitana. Più che le porte delle case, gli interessano quelle dei campi di calcio, dove, spesso, riesce a mettere il pallone. Anche se è l’azienda di famiglia, la Bct può attendere.
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