Economia

Meno sforzi, stessa qualità: i nuovi gusti a tavola dei consumatori

Mauro Esposto, presidente del settore Agroalimentare di Confindustria Brescia: «Oggi si cercano soluzioni, non solo prodotti sicuri»
Anita Loriana Ronchi
Due persone al supermercato - © www.giornaledibrescia.it
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Il mondo si trasforma e, parallelamente, cambiano i gusti alimentari della gente. «Il consumo alimentare non è più solo una questione di gusto o di nutrizione: è diventato un riflesso diretto delle nostre abitudini, esigenze quotidiane e priorità» ha detto Mauro Esposto, presidente settore Agroalimentare di Confindustria Brescia, aprendo il convegno «Il nuovo Menu del Consumo: Industria e Gdo di fronte al cambiamento», moderato da Angelo Frigerio, ceo e direttore alimentando.info.

In effetti, oggi, il consumatore cerca soluzioni, vuole risparmiare tempo, ridurre lo sforzo, ma senza rinunciare a qualità e sicurezza. «E tutto ciò ha un prezzo – aggiunge Esposto –, che, almeno in parte, è disposto a pagare. Su questo equilibrio delicato si gioca una delle sfide più interessanti per l’industria alimentare e per la grande distribuzione».

I relatori del convegno - © www.giornaledibrescia.it
I relatori del convegno - © www.giornaledibrescia.it

I nuovi sapori

Apriamo la «carta», dunque, e vediamo quali sono i nuovi sapori, i nuovi trend e le tipologie di prodotto che contrassegnano i nostri costumi a tavola. Il Largo consumo si conferma nel 2025 come un settore «in forma», con una crescita del +4,1% rispetto al 2024, spinto in particolare dalle maggiori quantità acquistate. I dati sono snocciolati da Matteo Bonù, food industry leader e global client business partner di NielsenIQ: «Siamo in una situazione di sostanziale stabilità. In tale scenario, incide ancora l’inflazione (+122% nel confronto tra 2025 e 2019)».

Sono «schizzati» i prezzi di beni quali caffè e cioccolato, non scherzano neppure mozzarelle e formaggi e, nel carrello della spesa, crescono i volumi dell’area healthy: frutta (anche esotica, l’avocado ha quadruplicato le vendite in cinque anni) e verdura, prodotti lattosio e glutine free, kefir, yogurt greco (+25,2%), chia e girasole (+32,8%).

La fotografia

Ne emerge un’interessante fotografia del consumatore/cliente italiano medio ai giorni nostri: più attenzione, in primo luogo a benessere e salute, ma anche una propensione sempre maggiore verso piatti pronti (è pari a 49 minuti al giorno il tempo che dedichiamo a cucinare) e bevande vegetali. Quanto a canali di vendita, rileva Bonù, se i grandi ipermercati sono un po’ in sofferenza, ancor più lo sono le piccolo-medie superfici (fra i 100 e 400 mq), mentre aumenta l’ecommerce (poco, ma regolarmente; siamo ora attorno al 7%); vanno piuttosto bene specialist drug e discount. Dato, quest’ultimo, smentito da Giorgio Santambrogio, ad Gruppo VéGé (13,5 mld di euro di fatturato), nella tavola rotonda cui hanno preso parte anche Claudio Palladi, ad Rigamonti Salumificio; Giacomo Ponti, presidente Federvini e Paolo Zanetti, presidente Assolatte.

«È passato il momento in cui parlare di store loyalty o brand loyalty; è l’insegna o il brand che dev’essere fedele al percorso d’acquisto del cliente, e non viceversa. Inoltre – afferma Santambrogio –, l’onda lunga dei discount è terminata, si è fermata a un 25%: di tutto rispetto, ma il servizio primario offerto dal retailer è l’assortimento, che permette di scegliere tra una vastissima quantità di referenze e, se si trova la giusta formula, a prezzi bassi».

Equilibrio

Nonostante una popolazione che invecchia e non cresce, manteniamo «un consumo equilibrato di carne», spiega Palladi. «Ed il veganesimo, se moda passeggera o filosofia di vita, non influisce sulla ricerca di un’alimentazione bilanciata, con il giusto apporto di proteine animali. Anche i consumi di latticini si sono modificati: è calato il consumo di latte (-40%) – riferisce Zanetti – tuttavia rimaniamo tra i primi consumatori di formaggio e, per quanto concerne i formaggi vegani, oltre a costituire un mercato di nicchia, beh… la definizione non è corretta proprio dal punto di vista normativo».

Nel variegato panorama dell’agroalimentare, rientra naturalmente anche il settore vitivinicolo, che, osserva Ponti, si è evoluto sensibilmente: da oltre 150 litri di vino consumati pro-capite negli anni ’70 ai 27 litri attuali (-80%). Però il target, specie se giovane, «è disposto a pagare un premium price per denominazioni evocanti storia ed emozioni».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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