Economia

Acciaio bresciano, Gozzi: «Un 2026 di crescita trainata dalla Germania»

Flavio Archetti
Per il presidente di Federacciai la fine del conflitto russo-ucraino sarà strategico
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Acciaio: il 2026 anno di crescita
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Per la siderurgia bresciana e italiana il 2026 sarà un anno di crescita, certamente migliore di quella del 2025, che in termini di produzione in Italia aveva segnato un aumento del 3,5%. Le premesse ci sono tutte, dalla ripartenza dell’industria della locomotiva Germania, allo stop alle importazioni selvagge dalla Cina per l’entrata in vigore (forse dal prossimo 1 luglio) della nuova clausola di salvaguardia, la norma pensata dall’Unione Europea per difendere l’acciaio europeo dalla sovra produzione mondiale che invade il mercato del nostro continente.

Il presidente di Federacciai Antonio Gozzi - Foto New Reporter Comincini © www.giornaledibrescia.it
Il presidente di Federacciai Antonio Gozzi - Foto New Reporter Comincini © www.giornaledibrescia.it

Le previsioni

A dare continuità al momento positivo dell’acciaio dovrebbe contribuire anche la stabilità dei prezzi delle materie prima di base, dei semilavorati e dei prodotti finiti, salvo imprevisti geopolitici internazionali. Le previsioni confortanti, fondate su una serie di dati e situazioni concrete, arrivano dalla prima edizione 2026 di «Mercato & dintorni», l’appuntamento online di Siderweb che ieri mattina ha ospitato il professor Achille Fornasini e il presidente di Federacciai e di Duferco Italia, Antonio Gozzi, intervistato da Emanuele Norsa.

Il numero uno di Federacciai si è spinto a paventare anche «Una crescita ancora più importante per le produzioni d’acciaio di casa nostra ed europee se le trattative per riportare la pace sui due principali fronti di guerra ancora aperti, e in particolare per quello ucraino-russo, riuscissero a portare a un cessate il fuoco duraturo. Questo – ha chiosato Gozzi – significherebbe l’inizio della ricostruzione ucraina e l’arrivo di importanti commesse di lavoro per le nostre imprese, considerato sia che per un lavoro così vasto il Paese invaso dalla Russia avrà necessità di quantità enormi di acciaio, necessario per rimettere in piedi le infrastrutture e le abitazioni distrutte, sia che le acciaierie ucraine negli ultimi cinque anni sono state molto ridimensionate da bombardamenti e aggressioni militari. Tutte le commesse allora saranno destinate a rinvigorire il lavoro dell’industria pesante (e non solo) europea, anche se i più avvantaggiati da questa gigantesca ricostruzione potrebbero essere gli Stati dell’est. L’altra situazione che fa ben sperare per l’anno appena iniziato – ha detto l’imprenditore ligure – è la ripartenza del sistema tedesco, per cui il governo di Berlino ha stanziato circa 800 miliardi da investire nei prossimi tre-quattro anni, dando corpo ai piani per la Difesa e per l’Energia».

Salvaguardia

Altro tema caldo è quello della salvaguardia delle produzioni, pensato per proteggere il lavoro interno europeo e garantirgli più valore. Per il presidente di Federacciai «Si tratta della misura più importante di protezione dell’industria Ue perché introdurrà un drastico ridimensionamento della libertà di importare, soprattutto acciaio cinese, quello che più di tutti invade i mercati mondiali. Il nuovo limite dovrebbe essere posto a 18 milioni di tonnellate annue, contro i 33 milioni possibili oggi, un limite sopra cui dovrebbero scattare dazi del 50% a fronte del 25% in vigore».

L’ex Ilva

Per finire l’imprenditore siderurgico si è soffermato sulla trattativa per la vendita della più grande acciaieria d’Italia, l’ex Ilva, osservando che «Al di là del suo entusiasmo, Flacks (impresa statunitense specializzata in acquisizioni e rilanci di medie e grandi aziende in difficoltà) non ha esperienza siderurgica e questo induce alla prudenza in una condizione, come quella tarantina, con un livello di complessità che richiede operazioni di siderurgia straordinaria».

In più all’Ilva servirà costruire le condizioni abilitanti per il rilancio, partendo dal dissequestro degli impianti, fermo restando il mantenimento della produzione di acciaio liquido a Taranto, perché oggi, con l’avvio del Cbam, importare 2-3 milioni di tonnellate l’anno di bramme in Europa è impossibile. Ultima, ma non per importanza, la questione occupazione, con i problemi dovuti alla presenza di 8-10mila persone a fronte di una produzione dimezzata (si tratterebbe per 6 milioni di tonnellate) rispetto al passato».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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