Quest’anno il tema del Met Gala è stato seguito pedissequamente. Le reference alle opere d’arte (era questo il compito, la «Costume art») erano piuttosto chiare: dal ritratto di Madame X proposto da tre star (Claire Foy, Julienne Moore e Laura Sanchez Bezos, criticata per la banalità dell’abito) ai colori vangoghiani del look di Emma Chamberlain (prima a salire le scale), fino alla Nike di Samotracia di Kendall Jenner (definita da Vogue America una «Vittoria alata»).

Anche la modella bresciana Vittoria Ceretti era presente (negli ultimi anni pare non mancare mai). Rispetto allo scorso anno, ha scelto la semplicità: l’abito custom made di Carolina Herrera disegnato da Wes Gordon si ispira «alla chiarezza della scultura greca» e «bilancia struttura e fluidità», scrivono dalla maison. «È realizzato in chiffon di seta nera trasparente e sviluppato attraverso il drappeggio couture, modellato direttamente sul corpo affinché la silhouette emerga dal modo in cui il tessuto cade e si muove. Una morbida asimmetria sul busto, una schiena scoperta e una linea allungata contribuiscono a slanciare la figura senza interruzioni. Creato in stretta collaborazione con Vittoria, ambassador La Bomba, l’abito è stato adattato in tempo reale per riflettere il suo movimento naturale. Ciò che nasce come riferimento classico diventa qualcosa di immediato e personale, definito non dall’idealizzazione, ma dalla presenza».




