Cultura

Elena Granaglia: «Il neoliberismo ha esasperato le disuguaglianze»

Nicola Rocchi
La docente di Scienza delle finanze all’Università di Roma Tre aprirà oggi un ciclo di cinque incontri dedicati al tema al Teatro Sancarlino
La professoressa Elena Granaglia - Combinazioni Festival
La professoressa Elena Granaglia - Combinazioni Festival
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Elena Granaglia, docente di Scienza delle finanze all’Università di Roma Tre, apre oggi un ciclo di cinque incontri dedicato alla «Sfida delle disuguaglianze», promosso dalla Fondazione Clementina Calzari Trebeschi con Fondazione Luigi Micheletti e Anpi. Alle 17.30 nel Teatro Sancarlino, in corso Matteotti 6 a Brescia, la studiosa parlerà di «Neoliberismo e crescita delle disuguaglianze». Le abbiamo chiesto qualche anticipazione.

Professoressa Granaglia, perché le politiche neoliberiste accrescono le disuguaglianze?

«Per una serie di scelte, compiute nel nome della messa in discussione dell’intervento pubblico e della centralità dei mercati e del privato. Le illustrerò a Brescia: tra di esse, la liberalizzazione del mercato dei capitali e il rafforzamento dei diritti di proprietà intellettuale; la deregolazione finanziaria del mercato del lavoro; il non governo delle tecnologie… Queste politiche hanno rafforzato una distribuzione dei poteri in economia tale da comportare una forte crescita delle disuguaglianze di reddito e di ricchezza. Si è aggiunta la modifica del senso comune: disuguaglianze un tempo ritenute inaccettabili vengono ora considerate esiti del merito e della libertà».

Le disuguaglianze economiche hanno effetti negativi sulla crescita di un Paese?

«Non sempre, ma disuguaglianze di questa entità sono certamente negative per la crescita. Anzitutto si accoppiano a una forte concentrazione dell’economia, con mercati che pongono barriere pesanti all’accesso e quindi limitano la concorrenza e gli stimoli all’innovazione. La deregolamentazione dei mercati del lavoro, inoltre, fa sì che le persone, se sono sempre più povere, consumino sempre di meno. I Paesi sono anche meno coesi, non ci si sente più parte di un’impresa collettiva e c’è minore disponibilità a cooperare».

La sinistra, da parte sua, ha molto insistito sull’uguaglianza delle opportunità. È sufficiente?

«È nota la frase di Tony Blair: “Non mi interessa se una persona guadagna 300 volte più di un’altra, conta che tutti abbiano le stesse opportunità di mobilità sociale”. Ma se c’è troppa disuguaglianza, la mobilità sociale diventa difficile: lo vediamo negli Stati Uniti, e anche l’Italia mostra segni molto negativi. Un primo errore della sinistra, a mio parere, è stato proprio l’aver separato la riflessione sulle opportunità da quella sulla necessità di ridurre la forte disuguaglianza da redditi e ricchezza».

Un secondo limite?

«È riduttivo guardare all’uguaglianza di opportunità pensando alla sola mobilità sociale. Per garantire a tutti la possibilità di avere condizioni di vita decenti, bisogna occuparsi anche della struttura delle opportunità, non dire soltanto che la gara deve essere aperta. Se in un Paese ci sono quattro condizioni apicali di lavoro e tutto il resto sono lavori cattivi, ci va bene questa idea di società?».

La disuguaglianza economica si misura anche nella vita quotidiana - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
La disuguaglianza economica si misura anche nella vita quotidiana - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Com’è la situazione italiana?

«Stiamo meglio degli Stati Uniti, ma a livello europeo siamo uno dei Paesi col più elevato grado di disuguaglianze di reddito e ricchezza. L’intervento pubblico riesce a fare qualcosa, ma rimane una disuguaglianza elevata, che ha avuto una forte crescita all’inizio degli anni ’90. Il problema dell’Italia è che noi, più degli altri Paesi, abbiamo anche una crescita del reddito molto bassa. Il reddito pro capite è sostanzialmente ritornato ai livelli di 20 anni fa. Negli ultimi anni la disuguaglianza di reddito è meno cresciuta, ma le persone si sentono peggio perché c’è un impoverimento complessivo della popolazione».

Donne e giovani sono i più colpiti?

«Donne giovani, migranti… I giovani in modo particolare: dati interessanti fanno vedere come sia diminuita per loro la mobilità infragenerazionale. Contro la retorica del dire “comincia con un lavoretto e poi troverai un lavoro normale”, vediamo più persistenza in condizioni economicamente svantaggiate e più volatilità. La fonte principale di creazione di ricchezza, inoltre, sta sempre più diventando l’eredità, mentre prima si creava ricchezza lavorando».

Andrebbero più tassati i super ricchi?

«Io penso di sì, ma non è l’unica via. Una tassazione più progressiva è giustificata, anche perché gran parte di quelle ricchezze si è accumulata grazie a una distribuzione scorretta del potere all’interno dell’economia. Penso, tuttavia, che molto debba essere fatto anche a livello di regole, piuttosto che tassando in seguito. Un esempio è il salario minimo: non è una tassazione, ma un modo di far sì che chi lavora non abbia una remunerazione troppo iniqua».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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